sabato 16 novembre 2013

L'Universo di Robert Heinlein

Il cervello è pigro, ammettiamolo. Anche dal punto di vista immaginativo, si sforza solo se lo ritiene strettamente necessario. Inoltre è molto orgoglioso di sé. Se gli spieghi troppe cose perde il gusto di giocare. Ecco, appunto, il cervello è pure un gran giocherellone. E questo Universo sapeva bene come trattarlo. L'introduzione segnala precocemente un susseguirsi di eventi interessanti. I personaggi sono pochi, l'ambientazione è descritta nei suoi elementi essenziali, aventi il solo compito di stimolare l'immaginazione che, fiera di sé, può scatenarsi liberamente. L'ambiente è quello di un'astronave immensa diretta originariamente verso Proxima Centauri, infine perduta e dimenticata nello spazio profondo. Lo stile è quello dei classici, forse datati, magari imperfetti. Paradossalmente, infatti, questa lettura è un salto nel passato, o meglio nella concezione passata del futuro possibile. Attraverso un libro di fantascienza si potrebbero capire molto a proposito dell'epoca in cui è stato scritto, e poco importa se l'opera narra di decine o centinaia di anni avanti a noi, d'astronavi lunghe cento chilometri o delle Tre Leggi della Robotica. Heinlein s'è mantenuto prudente ambientando la storia ben oltre il 2119. Manca più di un secolo ed entro quell'anno potrebbero accaderne delle belle. La speranza maggiore sta nello scoprire una nuova e più redditizia fonte di energia come ad esempio la fusione nucleare. C'è poi il discorso del tempo che impiegherebbe un'astronave generazionale viaggiando al di sotto della velocità della luce, un tempo talmente lungo che nel frattempo potrebbe  permettere lo sviluppo di tecnologie aerospaziali più potenti che, partendo dalla Terra parecchi decenni dopo, arriverebbero a destinazione prima della nave in questione.
L'edizione della Sellerio, col titolo originale di Orphans of the Sky
In quanto vecchio classico, in Universo non possono mancare i mutanti, la cui diversità si dimostra essere un pregio, ancora una volta. Escludendoli dalla omologata e superstiziosa società dei normali, la loro deformità li isola a sufficienza da fargli sviluppare un'opinione autonoma lontana dal pensare comune elevandoli al rango di illuminati. La diversità come vantaggio, insomma. E Heinlein ben si guarda dall'attribuire loro super-poteri di qualsivoglia genere, che risulterebbero banali e moralmente poco significativi.
Resta il fatto che la presenza di individui resistenti alle radiazioni è assai curiosa. Perché una cosa sono le mutazioni casuali che avvengono nel DNA ad una frequenza infinitesimale, un'altra cosa sono le mutazioni causate da potenti mutageni esterni come le sostanze chimiche (esempio diossina) o le radiazioni. Sorprende come la fantascienza sia campata di rendita per diversi decenni grazie alla sottovalutazione del fenomeno. Almeno Isaac Asimov, in una più recente edizione di Paria dei Cieli, si è scusato per aver sottostimato gli effetti degli ordigni nucleari. A favorire l'ascesa dei mutanti come cliché fantascientifici devono aver contribuito sia l'approccio volutamente poco scientifico degli scrittori dell'epoca sia l'ignoranza di buona parte dei lettori. Premesso che gli eventuali super-eroi nati dalla bomba di Hiroshima siano riusciti a non dare nell'occhio, s'intende.  
A dare un tocco di antichità ci si mette poi l'assenza, praticamente totale, delle donne per tutta la durata del romanzo, escluse le pagine finali in cui vengono usate esclusivamente come contenitori riproduttivi di biblica memoria, elemento che segnala un'emorragia di valori non indifferente rispetto alla cultura contemporanea. Una cosa che si nota anche in Starman Jones. D'altro canto va ricordato che, mentre il romanzo completo fu pubblicato nel 1963, esso è in realtà nato dalla somma di due racconti usciti nel lontanissimo 1941 sulla rivista Astounding a distanza di pochi mesi l'uno dall'altro. Se Heinlein fosse stato uno scrittore italiano dell'epoca avremmo potuto perdonarlo.

L'edizione del primo racconto: Universe



Veniamo alla trama. 
La spedizione del 2119 verso Proxima Centauri, finanziata dalla Fondazione Jordan, fu la prima avventura dell'uomo verso altri pianeti abitabili, ma di essa s'è persa da tempo ogni traccia. A noi il lusso di scoprire che fine abbia fatto e cosa accidenti succeda nel suo interno colossale. Dopo la partenza ci fu un ammutinamento, accadde qualcosa di infausto, poi seguirono il caos e la barbarie e probabilmente passarono secoli o decenni al punto da far dimenticare il vero scopo dell'astronave. A riempire il vuoto storico ci pensa la religione. Così, la Fondazione Jordan viene storpiata in "All'inizio Jordan creò il mondo" e l'idea che il Creato possa essere più grande della nave è sinonimo di eresia. La nave è il mondo. Il mondo è la nave. 
Personalmente, e ripeto personalmente, non credo che Universo sia adatto a un giovane del ventunesimo secolo né a chi sia abituato/a alla più complessa fantascienza moderna. Ho trovato la premessa dell'opera assai buona, poi ho perso sempre più interesse terminando il libro con fatica. Semmai, questo romanzo potrebbe essere maggiormente apprezzato da adolescenti alle prime armi o da fantamaniaci affamati di cultura. Ha infatti una sua indiscutibile rilevanza storica, utile per fare una tesi universitaria o per soddisfare il bisogno di una ricerca personale qualora la fantascienza scorresse nel sangue dell'interessato/a. Universo ha comunque il pregio di emanare un potentissimo fascino del vintage. Ad esempio la sala comandi coi pulsantoni luminosi è uno spasso.
Flavio Alunni
L'edizione del secondo racconto: Common Sense

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