lunedì 16 dicembre 2013

Il castello dei destini incrociati




Con gli interminabili cambi di impostazione nei suoi diversi romanzi Calvino ha sempre costretto i suoi accaniti lettori a inseguirlo in lungo e in largo attraverso contorti sentieri mentali, a dimostrazione del fatto che egli non amasse mettere radici letterarie troppo radicate. Lo stile di scrittura, invece, s’è mantenuto alquanto stabile in molte opere da egli prodotte. Secondo le considerazioni appena esposte Il castello dei destini incrociati rientrerebbe nella norma in quanto libro dello scrittore italiano nato a Santiago de las Vegas. Tuttavia, chi non conoscesse l’imprevedibilità di Calvino, o chi fosse fedelmente abituato a leggere storie con un capo e una coda, dalla struttura semplice e lineare, rischierebbe seriamente di non terminare la lettura e di chiedersi cosa accidenti volesse dire l’autore scrivendo un’opera così assurda. Perché questo piccolo volume è sì, un libro, ma non è certo un romanzo, né una novella, né una raccolta di racconti. E allora cos’è? Andiamo per gradi.

La trama è semplice. In una notte senza tempo, avventurieri provenienti ciascuno da un luogo ignoto e diverso, attraversano un fitto bosco al centro del quale riposa un castello. Il personaggio che costituisce la voce narrante in prima persona, che sarebbe azzardato definire protagonista, supera il ponte levatoio e viene condotto dai servi in una sala di pietra d’alto rango, dove altri viaggiatori siedono a mangiare attorno a una tavola imbandita. Nessuno parla, nemmeno il nostro narratore, e nessuno aprirà mai bocca per tutta la durata del libro. Finito di mangiare, il proprietario del castello fa sedere gli ospiti attorno a un tavolo e tira fuori dei tarocchi. Gli altri capiscono subito il gioco. A turno, si prende il mazzo di carte e si mettono in fila le carte senza parlare, comunicando solo con accennate espressioni facciali. Da questi pochi indizi, collegando le carte una dopo l’altra, gli osservatori costruiranno una storia nella loro testa. Noi assistiamo alle fantasie del solo narratore, ma ognuno dei presenti se ne farà una diversa. Al pari del noto gioco da tavola Scarabeo, ogni giocatore successivo deve creare un percorso con le carte partendo da una carta di uno dei percorsi precedenti. Verrà fuori un intreccio di linee di carte orizzontali incrociate con le linee di carte verticali, generando ipotetiche storie a libera interpretazione, leggibili dall’alto in basso o dal basso verso l’alto, da sinistra a destra o viceversa.

Perché usare i tarocchi e non far invece parlare direttamente gli avventurieri del castello? Per il discorso che si faceva poco fa: per alimentare il gioco. Perché di gioco si tratta, è bene ripeterlo. Un gioco che non s’intende nel senso di svago, di riposo, va anzi preso seriamente. Con le carte si gioca, ma non si gioca con le carte. In poche parole, una storia raccontata parlando rischierebbe di perdere la sua straordinarietà togliendo il gusto dell’immaginazione o si tramuterebbe in qualcosa di falso per via della natura bugiarda e limitante delle parole.

Il castello non è forse realistico, tant’è che una volta attraversato il suo ponte levatoio non si riesce a emettere suono. Ed è magico perché in esso i destini degli ospiti si incrociano davvero al di là dei soggettivi incastri delle carte da gioco. Abbiamo due piani d’incrocio: uno rappresentato dalle carte con le loro file orizzontali incrociate a quelle verticali, e l’altro dal fatto che la notte x degli avventurieri sono capitati insieme nel castello y. Dunque nella figura del castello emerge l’elemento fantastico della narrazione. Ma volendo si potrebbe ribaltare la questione: forse il castello è realistico, e gli ospiti sono già d’accordo, e si riuniscono periodicamente attorno a quel tavolo al centro della lussuosa sala di pietra, e la loro mutezza è voluta in quanto frutto di un’intesa collettiva.

Mentre le critiche sull’impostazione dell’opera possono facilmente cadere nella trappola dell’umana pigrizia, del non voler fare uno sforzo di comprensione, di non aver voglia di seguire Calvino nei suoi tortuosi sentieri mentali, il discorso si fa drammaticamente serio nel soffermarsi sulla qualità delle storie che i singoli ospiti del castello vanno a raccontare. La qualità delle narrazioni, in quanto a fantasia e cattura dell’interesse, va via via scemando e omologando, e aumenta poco a poco il grado di astrazione, con trame confuse e affrettate. Non si può biasimare chi si definisce annoiato dalla debolezza delle singole storielle nel loro complesso, che sembrano dette tanto per dirle, spesso contorte e narrate in modo complicato senza che lo siano le loro stesse trame. Quale cavallo di battaglia dell’estimatissimo Calvino, stavolta la sua semplicità narrativa viene meno.

Arriviamo al dunque. Pregi e difetti a parte, quale sarà il senso di questo apparente delirio letterario? Mentre viene solamente intuito ne Il castello dei destini incrociati, l’atteso chiarimento si fa strada nel capitolo successivo (incluso nel libro) dal titolo La taverna dei destini incrociati. Al centro dell’opera sta lo scrittore, visto come un’anima dannata afflitta da una maledizione che lo costringe a inventare storie in ogni circostanza. Lo si capisce più chiaramente quando il protagonista, voce narrante, afferma che persino alla vista di un quadro gli viene automatico costruirci una storia intorno senza possibilità di sfuggire al suo istinto maledetto. Lo scrittore è definito al pari di un eremita, «la cui forza si misura non da quanto lontano è andato a stare, ma dalla poca distanza che gli basta per staccarsi dalla città, senza mai perderla di vista». Forse i viaggiatori del castello sono tutti scrittori e scrittrici malati di storie, bisognosi di dare sfogo alle visioni che sorgono nelle loro teste come pensieri autonomi di junghiana memoria. 
Sembra che Calvino abbia inventato un gioco da tavola, di quelli più economici. Meglio che andare a spendere soldi al cinema o in un pub, usando i tarocchi o qualsiasi altra fonte di ispirazione si spenderebbe solo (si fa per dire) quel cinquanta per cento di glucosio consumato quotidianamente dal Sistema Nervoso Centrale e si potrebbe svoltare la serata. Della serie: immagina, è gratis.

 Flavio Alunni

6 commenti:

  1. Sembra interessante Flavio
    Non ho letto nulla di Calvino, che dici, vale la pena tentare?
    Ciao.
    Firmato: il presidente. :-)

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  2. E' un libro su cui viene molto da dire e da scrivere, si offre a numerosi spunti di discussione per il tema in esame, ma è più che altro un incastro mentale autoreferenziale di Calvino quindi non lo consiglierei a tutti, anzi. Poi, come ho scritto, la qualità delle storie non è buona, anzi è parecchio scadente, ma se le storie fossero state buone come Calvino sa fare, quando ci si mette, il libro sarebbe stato decisamente migliore. No, non lo consiglio, non a tutti almeno, forse solo agli "studiosi" di Calvino, però è un libro che non mi ha lasciato indifferente.

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  3. Se non hai mai letto Calvino ti consiglio senza indugi "Il barone rampante".

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  4. Il Cavaliere Inesistente! E' bellissimo, ti consiglio quello. :)

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  5. Quoto Terry. Anche "Il cavaliere inesistente" è bellissimo, e insieme al Barone Rampante e Il Visconte Dimezzato fa parte della impropriamnte detta trilogia degli Antenati (lo dico per Antonello)

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  6. Calvinizzatevi con la trilogia del Cavaliere (non il berlusca), del Barone e del Visconte. Deliziatevi fanciullescamente con Marcovaldo. Poi procedete a scelta tra il postbellico de Il Sentiero dei nidi di ragno o Ultime viene il corvo e quindi inoltratevi nel surreale, fantastico e fantascientifico e sperimentale, tra le brume, le notti oscure, vie invisibili e magioni che sono luoghi dello spirito.

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