venerdì 10 gennaio 2014

Intervista esclusiva ad Howard Phillips Lovecraft

Sono emozionato in un modo indescrivibile nel pubblicare questa intervista esclusiva al maestro dell'orrore del Novecento. Non credo siano necessarie delle presentazioni, posso solo dire che per tutta la durata del colloquio il mio interlocutore ha tenuto in braccio il suo gatto, accarezzandolo con gentilezza.  Eccovi dunque l'intervista e buona lettura.



Qual è il tuo segreto? Come riesci a tenere in pugno i tuoi numerosi lettori?
Il più antico e intenso sentimento umano è la paura, e il genere di paura più antico e potente è il terrore dell’ignoto.

Da scrittore di genere fantastico, come ti poni di fronte alla scienza?
Penso che la cosa più misericordiosa al mondo sia l’incapacità della mente umana di mettere in relazione i suoi molti contenuti. Viviamo su una placida isola di ignoranza in mezzo a neri mari d’infinito e non era previsto che ce ne spingessimo troppo lontano. Le scienze, che finora hanno proseguito ognuna per la sua strada, non ci hanno arrecato troppo danno: ma la ricomposizione del quadro d’insieme ci aprirà, un giorno, visioni così terrificanti della realtà e del posto che noi occupiamo in essa, che o impazziremo per la rivelazione o fuggiremo dalla luce mortale nella pace e nella sicurezza di una nuova età oscura.

Puoi spiegarti un po’ meglio?
La vita è una cosa orribile e dietro le nostre esigue conoscenze si affacciano sinistri barlumi di verità che la rendono ancora più mostruosa. La scienza, già oggi sconvolgente nelle sue terribili rivelazioni, rappresenterà la fine della razza umana – ammesso pure che siamo una specie autonoma – quando fornirà alla nostra mente la chiave di orrori insopportabili che un giorno dilagheranno nel mondo. Se sapessimo ciò che veramente siamo, dovremmo seguire l’esempio di Arthur Jermyn: e Arthur Jermyn si cosparse di benzina e si diede fuoco nel cuore della notte.

Pensi che esistano strumenti artistici diversi dalla narrativa ma altrettanto efficienti nel trasmettere un terrore simile a quello dei tuoi racconti? Ad esempio, come ti poni di fronte alla pittura?
Non c’è imbrattatele o illustratore prezzolato che non riesca a spargere colori come capita e dire che si tratta della raffigurazione di un incubo, o del sabba delle streghe, o del ritratto del diavolo, ma solo il grande artista riesce a portare sulla tela immagini che spaventano sul serio e che hanno l’accento della verità.

Hai scritto anche racconti quando eri bambino. Cosa puoi dire in proposito?
Non molti conoscono le meraviglie che si spalancano con le favole e le visioni della giovinezza: da bambini, per quanto ascoltiamo e lavoriamo di fantasia, siamo capaci di formare solo mezzi pensieri; e una volta adulti, quando cerchiamo di ricordare, siamo ottusi come se avessimo bevuto un veleno, il veleno della vita. 

Non di rado ambienti le tue storie a Providence, la tua città natale. Quanto c’è di vero nelle tue descrizioni? E quanto è invece frutto della tua fantasia?
Sì il mio New England è un New England immaginario, fatto di scene familiari con certe luci e forme trasfigurate (per lo meno, quello è l’intento) quanto basta per sovrapporlo a elementi oltremondani. Questo è il vero problema che si trova ad affrontare chiunque operi nell’arte. Lavorare su un ambiente conosciuto, cercando di restituirgli con vibrante freschezza la bellezza e la meraviglia che quell’ambiente ha prodotto nel corso di tutta la sua lunga storia. Secondo me l’arte più sincera è quella locale, legata alla terra in cui si è nati, perché anche quando l’artista canta di meravigliose terre lontane non fa altro che celebrare la propria terra, occultandola sotto uno sgargiante, esotico mantello.

Restiamo in tema. Ti definiscono “il solitario di Providence”, eppure nella tua vita sei passato anche per grosse metropoli come New York. Che impressioni hai avuto, per esempio, su New York?
Venire a New York era stato un errore: cercavo meraviglia e ispirazione nei labirinti di vecchie strade affollate che si dipanano da cortili, piazze e moli dimenticati ad altri cortili, piazze e moli dimenticati; ma nelle torri ciclopiche e nelle guglie che si innalzano come oscuri monumenti di Babilonia sotto la luna calante avevo trovato solo un senso di orrore e oppressione che minacciavano di paralizzarmi e distruggermi.

La serie di racconti su Randolph Carter equipara i sogni alla vita reale. Secondo te, in questa visione c’è un fondo di verità?
La vita è soltanto una teoria di immagini nella mente: non c’è differenza tra quelle nate da esperienze reali e quelle generate dai sogni più intimi, e non c’è motivo di ritenere le prime più importanti delle seconde.

Quindi hai una visione soprannaturale del mondo in cui viviamo?
In realtà, io sono un materialista integrale, quanto al mio “credo” effettivo; non ho neppure una scheggia di fiducia in qualsiasi forma di supernaturalismo – religione, spiritualismo, trascendentalismo, metempsicosi o immortalità. E’ possibile, tuttavia, che io ricavi il germe di qualche buono spunto narrativo dalle stupidaggini correnti del ciarpame psico-lunatico. 

Insomma, le azioni concrete sono più importanti dei sogni?
Le azioni concrete sono altrettanto vacue e infantili, ed anche più assurde, perché chi le compie si ostina ad attribuir loro un significato e uno scopo, mentre il cieco cosmo gira senza meta dal nulla verso l’esistenza e dall’esistenza verso il nulla, indifferente, inconsapevole dei desideri e della stessa esistenza delle menti che per un istante proiettano uno sprazzo di luce nel buio.

Cambiamo argomento. Ritieni che la fantascienza possa vivere ancora nonostante la crisi di identità contemporanea?
Anche Cthulhu vive ancora, credo, in quell’abisso di pietra che lo ha protetto fin da quando il sole era giovane. La sua città maledetta è sprofondata di nuovo, perché la Vigilant ha navigato in quella zona dopo l’uragano di aprile; ma i suoi sacerdoti sulla terra ancora ululano, danzano e uccidono intorno agli idoli posti sulla cima dei monoliti in luoghi solitari. Lui dev’essere rimasto intrappolato nello sprofondamento del nero abisso, perché, in caso contrario, il mondo ora risuonerebbe di urla di un terrore agghiacciante. 

Dunque la fantascienza non è morta, come dicono in tanti?
Non è morto ciò che in eterno può attendere, e col passare degli eoni anche la morte può morire. 

Già, il tempo risolve ogni cosa…
Il tempo è immobile: non ha né inizio né fine. Che scorra e sia la causa del cambiamento, è un’illusione. In realtà, è esso stesso illusorio, perché, salvo che per gli esseri che vivono nelle dimensioni limitate, il passato, il presente e il futuro non esistono. Gli esseri umani hanno introdotto la nozione di tempo solo per spiegare il concetto di cambiamento: ma anche quello è un’illusione. Tutto ciò che è stato, è, e sarà, esiste simultaneamente.

L’umanità ti ringrazia per questa preziosa intervista.
L’umanità non è che un insignificante puntino, destinato ad arrivare e a scomparire, senza che la sua apparizione sia notata o che la sua dipartita sia rimpianta.

4 commenti:

  1. Sei un genio. Adesso come faccio a continuare la collaborazione con te?

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    1. Trucchi del mestiere, vecchio mio, trucchi del mestiere.

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  2. Semplicemente straordinaria! Ho deciso: diventerò un assiduo lettore del tuo blog e un tuo "fan".

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    1. Sono sicuro che avremo una coesistenza pacifica :)

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