martedì 11 febbraio 2014

Stanotte il cielo cadrà - Daniel F. Galouye

Stanotte il cielo cadrà di Daniel F. Galouye
Mondadori, Milano, 1993, Classici Urania 193
Titolo originale: The Day the Sun Died [1966]

Traduzione di Renata Forti

Lo spunto è una riflessione filosofico-religiosa sull'esistenza, una delle tante speculazioni possibili sul motivo del creato. In questo caso si ammicca frettolosamente  alle filosofie orientali:  "La vita, l'universo e tutto quanto" esistono come incidentale proiezione onirica di un'entità che, manco a dirlo, solitaria e triste nel nulla assoluto, crea coscientemente, ma si badi bene, solo nella sua mente, un proprio piccolo consolatorio parco giochi personale, ma una cosuccia limitata da riporre nell'armadio e tirare fuori a piacimento nei momenti di noia. Succede però l'inopinato: quest'entità, stanca per lo sforzo creativo, il "settimo giorno" si addormenta e si scorda di puntare la sveglia. Si è stancata talmente tanto che dormi, dormi e dormi, il parco giochi nell'incoscienza del sogno (si sa che nei sogni tutto è possibile) si articola e si estende a tal punto da diventare l'universo in cui noi viviamo; ma un universo che esiste solo nel sogno di questa creatura che non deve essere svegliata pena la distruzione dell'universo stesso. Fino a qui ci potremmo stare, ma il romanzo è davvero deboluccio, lo stile è tutt'altro che impeccabile, i personaggi sono privi di ogni spessore, involontariamente caricaturali (e l'involontarietà è gravissima) : dal protagonista Tarl Brent che si ritrova uomo d'affari e ricco senza un vero motivo, non avendo nemmeno giocato al superenalotto, ma in questi casi non ci si fanno troppe domande, si prende e si porta a casa; eppure nel contempo egli è esemplarmente  diffidente e sospettoso  e si sente (giustamente) sorvegliato. Alla potentissima e segreta Fondazione creata per evitare che l'entità possa svegliarsi, i cui serissimi membri sono valenti scienziati eppure contemporaneamente una banda di sprovveduti alle prime armi che ne combinano più di Bertoldo scatenando guerre e cataclismi se pur armati delle migliori intenzioni. Ai cattivoni di turno, ovviamente membri traditori della scalcinata congrega della Fondazione di cui sopra, che assomigliano tanto ai cattivi puri dei cartoni animati di Hanna e Barbera. Per non parlare della figura della donna che appare in 3 occasioni e sempre stereotipata: la moglie bella ma non esagerata e molto donna di casa facilmente svenevole, agente della fondazione ma veramente innamorata del marito. La tipica segretaria (per giunta traditrice e codarda), e le bellissime (e solo quello) agenti della fondazione che non riescono ad adescare il protagonista nonostante la loro prorompente avvenenza, nemmeno per una sveltina. Per finire, lo spunto filosofico-scientifico è posto in contraddizione con se stesso: nella prima parte del romanzo la realtà è solo un sogno destinata a dissolversi con il risveglio dell'entità sognante e per un pelo, ciò non avviene, solo perché il protagonista Tarl Brent riesce a far riaddormentare l'entità. Nella seconda parte si afferma che la realtà ormai esiste e si sostanzia da se e che l'entità anche risvegliata non può più cancellare l'universo ( e vi risparmio la moltitudine di seghe mentali che si fanno i personaggi per giungere a conclusioni scientifiche). Calma, qualcosa non mi quadra: 100 pagine prima era rimasto 1 metro quadrato di realtà e per un pelo, ma proprio un pelo, non finiva tutto, e poi, alla fine del romanzo l'autore fa un doppio salto mortale con avvitamento e la realtà è ormai auto sostanziante? Ciliegina sulla torta: il lieto fine in stile Harmony è davvero banale.

Marco Corda

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