mercoledì 30 luglio 2014

I viaggi di Gulliver: tra divertimento e amarezza

Nel 1726 usciva in Inghilterra I viaggi di Gulliver nell'ormai famigerata forma del romanzo autobiografico. Da allora sono passati quasi tre secoli e il libro di Jonathan Swift (che a quel tempo lo scrisse sotto pseudonimo) è diventato uno dei classici intramontabili della letteratura. E' famoso al punto che molti, a forza di sentirlo citare, pensano erroneamente di conoscere il romanzo ancor prima di leggerlo. Ma sbagliano di grosso.
Per quanto vecchio possa essere, I viaggi di Gulliver affronta i peccati originali che l'umanità trascina con sé dall'alba della civiltà. Così, ci scontriamo con i guerrafondai Lillipuziani, con la loro sete di potere, i loro intrighi politici e le loro malefatte. 
All'estremo opposto abbiamo invece il paese degli Houyhnm, i cavalli parlanti, di fronte alla cui perfezione morale Gulliver deve fare i conti con la miserabile condizione umana. In confronto agli Houyhnm, gli esseri umani sono yahoo, termine usato dagli stessi cavalli per indicare un tipo di bestie molto simili agli uomini che vivono nel loro paese. All'inizio Gulliver proverà a convincere gli Houynhm del contrario ma saranno le sue medesime parole a togliere ogni dubbio agli interlocutori e a se stesso.
E' dunque il viaggio nel paese degli Houyhnm, pieno di sentenze morali, a costituire la parte più significativa del romanzo. Mentre la prima metà del volume è tutto sommato divertente, nei capitoli dedicati ai cavalli parlanti sopraggiunge l'amarezza. Facendo un esempio, viene da rabbrividire leggendo la risposta di un Houyhnm dopo che il viaggiatore ha finito di spiegargli il mare di guerre in cui affoga l'umanità: 
"Quando un essere che si vanta ragionevole può essere capace di tutte le atrocità cui avete accennato, comincio allora a temere che la ragione male adoperata sia qualche cosa di peggio della stessa naturale bestialità".
Ecco invece un piccolissimo estratto di ciò che Gulliver afferma sulla sua stessa specie di appartenenza: 
"C'è fra noi una classe di uomini che fin dalla giovinezza si è esercitata nell'arte di dimostrare con parole moltiplicate a bella posta che il bianco è nero, e il nero è bianco, a seconda dell'onorario. Di questa classe di uomini tutti gli altri sono schiavi".
Parole taglienti, amare, tristi, dolorose, disseminano questa lunga parte dell'opera, che qui si fa seria, al contrario dei capitoli precedenti, impostati in un'ottica parzialmente umoristica, a partire dall'uso dei nomi dei luoghi su cui il viaggiatore va a naufragare: Brobdingnag, Balnibarbi, Luggnagg, Glubbdubdrib... 
Umoristica è la natura stessa dei viaggi, aventi come protagonista un uomo che, nonostante le ripetute disavventure, una volta tornato a casa riprende di nuovo a salpare, sprezzante del pericolo. E ripetutamente, dopo ogni spavalda partenza per i mari, finisce in qualche guaio che lo fa naufragare ancora e ancora, senza tregua.
Per quanto i critici delimitino I viaggi di Gulliver attorno allo steccato della satira nei confronti della società inglese dell'epoca, è  pur vero che il romanzo di Swift può considerarsi un'opera di fantasia a tutti gli effetti, che leggeremo e racconteremo ai nostri bambini, che sarà sempre letta dai ragazzi e dagli adulti di ogni età come una storia di avventura ad ambientazione fantastica, alla stregua di un Pinocchio o di un Ventimila leghe sotto i mari
E' opinione di alcuni quella di considerare I viaggi di Gulliver la prima opera di fantascienza che sia stata scritta. In fondo, cosa c'è di tanto diverso dalla science fiction? Ai viaggi marittimi di Gulliver si accostano quelli spaziali, che sono sempre viaggi di esplorazione perché, mentre oggi la fantascienza esplora pianeti sconosciuti, nel 1726 non si conosceva la mappa completa dei continenti e delle isole del pianeta, e i viaggi marittimi presentavano ancora un parziale velo di mistero. Di conseguenza si potrebbe fare un accostamento tra i Lillipuziani e gli alieni della letteratura fantascientifica del Novecento: sono entrambi abitanti di mondi inesplorati per l'epoca a cui fanno riferimento. Come molte opere di fantascienza, infine, I viaggi di Gulliver è un libro di evasione da cui non si evade, perché affronta argomenti che riguardano profondamente la condizione umana e la società.
La traduzione di Carlo Formichi negli Oscar Mondadori si fa apprezzare per lo stile antico e raffinato. Ma anche e soprattutto per la ricchezza di vocaboli utilizzati (indice di una grande padronanza della lingua italiana oltre a quella inglese), tale da rendere la lettura d'una musicalità che si è perduta nella maggior parte delle opere fantastiche odierne, capace di rendere piacevoli persino le descrizioni lunghe e dettagliate degli strani luoghi affrontati dal viaggiatore, che ad esempio, nel figurare l'isola volante di Laputa, si lascia andare a una lunga spiegazione pseudoscientifica della sua fluttuazione, e ne dettaglia inoltre la struttura e l'organizzazione. 
A ciò va aggiunta una scrittura variegata e insolita che riesce a tenere vivo l'interesse per l'intera durata del libro. Insomma, una favola si deve scrivere come una favola. Un Pinocchio scritto come un telegramma non renderebbe. E un Gulliver si deve scrivere come un Gulliver. Allora sì che ci si diverte. E la fantasia si accende come tanti fuochi d'artificio.

Flavio Alunni

Nessun commento:

Posta un commento

sharethis

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...