domenica 3 agosto 2014

Me ne vado in campagna

Me ne vado in campagna perché ho bisogno di silenzio. Perché dopo mesi passati nel distopico frastuono della città ho bisogno di chiudermi temporaneamente in un monastero, ma visto che non posso sigillarmi in un monastero mi rifugio in campagna. Che sia Greccio, il piccolo paese laziale dove San Francesco eresse la sua chiesetta, o Palestrina, nota città dell'Antica Roma, non importa, basta che sia campagna, basta che io abbia finalmente una tregua dal telefono che squilla incessantemente, dai clacson, dal vociferare continuo della gente che ha perso la capacità di ascoltare o riflettere o passeggiare, dalle tazzine di caffè dei bar con il loro tin! tin! tin! interminabile, dal rumore frastornante degli pneumatici che a tutte le ore raschiano le onnipresenti lingue d'asfalto erette dove un tempo la natura dava i suoi frutti, quei frutti che ora hanno tutti lo stesso sapore, il sapore del nulla. 
Me ne vado in campagna perché per quanto si possa essere allenati nella concentrazione della lettura, un libro letto sotto silenzio è un'altra cosa. 
Me ne vado in campagna perché ho bisogno di sentire il profumo dell'erba tutte le volte che apro la finestra, invece di quel puzzo di smog del quale in città sono impregnati anche i muri.
Me ne vado in campagna perché lì, il cielo, è limpido e vedo le stelle.
Me ne vado in campagna perché io non sono pigro: ho i miei tempi. E in campagna la mia vita rallenta, ma non è lenta, piuttosto non è forsennata, i suoi ritmi non sono scanditi da fattori esterni, non sono disumani come quelli della città. Me ne vado in campagna  perché non abbiamo tutti gli stessi orologi vitali, altrimenti invecchieremmo ognuno con la stessa velocità. 
Me ne vado in campagna con i miei Urania. Perché nei libri di fantascienza le cabine delle astronavi sono silenziose e pulite. Perché nello spazio non si sentono le tazzine di caffè tintinnare sui piattini di ceramica e non squilla il telefono e le macchine non esistono, e nessuno ti disturba dalle tue riflessioni se non per dirti cose interessanti o per renderti partecipe di un'avventura. 
Me ne vado in campagna per ricordarmi che posso stare da solo con me stesso, per affrontare i mostri che albergano nel mio essere, per fare pulizia.
Me ne vado in campagna per lenire le ferite della mente attraverso la filosofia di Plutarco e di Seneca piuttosto che ascoltare l'ultima offerta della TV satellitare o la pubblicità dello yogurt che non è yogurt, fatto con del latte che non è latte e con fermenti lattici zombie.
Me ne vado in campagna per dedicarmi allo studio e alla lettura. Per guardarmi dentro e attingere  a quella energia interiore di cui tutti noi siamo pieni ma che nella città abbiamo dimenticato di possedere, affidandoci a fittizie fonti energetiche esterne come il caffè o le bibite energetiche a base di taurina. 
Me ne vado in campagna per ricordare a me stesso che non ho bisogno di riempirmi la vita di sciocchezze materiali comprate al centro commerciale. 
Per ricordare a me stesso che non dovrei nutrirmi di tutte le schifezze che mi rifila il supermercato, che non dovrei mangiare così tanto perché ciò di cui ho veramente bisogno è l'arricchimento del mio essere.
Me ne vado in campagna per aumentare la vita interiore, dilatando il tempo delle giornate e vivendo più a lungo. 
Me ne vado in campagna e ci rimango un mesetto. 
Poi torno, perché la città mi chiama. E mi ricorda che per andare sulla Luna abbiamo dovuto pagare il prezzo salato del progresso.

Jeff Leboffe



Immagine © stevepaint - Fotolia

2 commenti:

  1. Risposte
    1. Anche tu campagnolo? :-)
      Ti rispondo solo ora perché nella mia zolla di terra non c'è internet. In compenso ci sono delle zappe e dei rastrelli non indifferenti.

      Elimina

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