giovedì 29 gennaio 2015

Il dissacrante "Ghiaccio-nove" di Kurt Vonnegut

Niente è vero in questa recensione.

John, Jonah o Sam (non ha importanza) è uno scrittore che decide di narrare Il giorno in cui il mondo finì, il 6 agosto 1945 giorno del bombardamento atomico di Hiroshima, dal punto di vista degli scienziati del Progetto Manhattan. Viene quindi in contatto con un paio di conoscenti e i tre figli del defunto Felix Hoenikker. Grazie a loro si fa un quadro non troppo lusinghiero del Premio Nobel: scienziato fuori dal mondo, incapace di provare empatia e senza la minima volontà di socializzare (“la gente non gli interessava proprio”), inventore di ben due armi di distruzione di massa. Seppure la fama gli derivi dalla bomba atomica, il suo vero capolavoro è il ghiaccio-nove, una sostanza che a contatto con l’acqua ne modificherebbe la temperatura di fusione portandola a 45,5° C. Considerando che sia l’uomo che la Terra sono fatti di circa due terzi d’acqua il risultato di una reazione a catena sarebbe apocalittico.

L’inseguimento astratto della figura di Hoenikker porta Jonah all’isola di San Lorenzo e alla scoperta del bokononismo, la religione più atea che la mente umana abbia partorito. Lo scrittore ne resta talmente affascinato da rendercene partecipi in realtà fin dalla prima pagina.

Ed è proprio dalla prima pagina che si intuisce il “groviglio di viticci”, l’abile intreccio messo su da Vonnegut per questo Ghiaccio-nove, romanzo del 1963 che valse all’autore la laurea in antropologia. Non c’è da stupirsene perché di Vonnegut ciò che colpisce maggiormente è proprio la sua conoscenza dell'Uomo. E solo avendo piena comprensione di una cosa la si può dissacrare. Di fatti anche Ghiaccio-nove, come il precedente Le sirene di Titano e il successivo Mattatoio n. 5, è permeato da una satira di spessore incentrata sulla stupidità umana. Soprattutto qui Vonnegut raggiunge picchi di ironia cinica sui perché della scienza e della religione, sulle ipocrisie della politica e della guerra (con un accenno ai bambini mandati a morire al fronte, piccolo seme per Mattatoio n. 5) fino all'ineluttabilità del fato e alle sue menzogne.

E anche se non sempre è vero - ma nel libro niente è vero - Vonnegut usa Bokonon come suo burattino facendolo parlare per lui:


“Il Quattordicesimo libro [di Bokonon] si intitola: «Che speranze può nutrire un uomo ragionevole per l’umanità su questa terra, tenendo conto dell’esperienza dell’ultimo milione di anni?» Non ci vuole molto a leggere il Quattordicesimo libro. Consiste in una parola e in un punto. Eccoli: «Nessuna».”


3 commenti:

  1. Io sono fermo a Mattatoio N. 5 con Vonnegut.

    Amavo quel passaggio dove Vonnegut parlava di una preghierà che Billy aveva appesa nel suo studio. Diceva:

    Dio mi conceda la serenità di accettare le cose che non posso cambiare, il coraggio di cambiare quelle che posso e la saggezza di comprendere sempre la differenza.

    e sotto... tra le cose che Billy Pilgrim non poteva cambiare c'erano il passato, il presente e il futuro.

    Puro genio.

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  2. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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    1. Non posso che consigliare di approfondire la conoscenza dell'autore, ne vale senz'altro la pena.

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