lunedì 23 febbraio 2015

Philip K. Dick: Ma gli androidi sognano pecore elettriche?

Fanucci
Nella storica e ampia collana Tif Extra della Fanucci, che raccoglie una larghissima parte delle opere di Philip K. Dick, un ruolo di primo piano è sicuramente svolto dai romanzi come Do Androids Dream of Electric Sheep?, pubblicato per la prima volta nel 1968. 
Il libro che, per uno strano percorso mentale, è stato ribattezzato Blade Runner nel film di Ridley Scott, ha una storia più o meno simile alla sua controparte cinematografica. Le differenze sono essenzialmente due: le pecore elettriche e il cosiddetto Mercerianesimo. 
Nel futuro post-apocalittico di Philip K. Dick è disonorevole non possedere animali in casa, di ogni tipo, perché si tratta di un comportamento che viene visto come sinonimo di mancanza di empatia nel sistema sociale vigente. 
Il povero cacciatore di androidi possiede una pecora elettrica perfettamente riprodotta e riesce in tal modo ad ingannare il vicinato. Anche il rapporto con la sua donna è fortemente influenzato da questa imperdonabile mancanza, che compromette molto il loro grado sociale. 
Rick Deckard si offre quindi di dare la caccia a un gruppo di androidi di nuova generazione chiamati Nexus-6, sfuggiti al controllo e dotati di un'intelligenza artificiale superiore. Il compenso gli permetterebbe di comprarsi un animale vero. 
Ma gli Androidi Sognano Pecore Elettriche? è un romanzo traboccante di idee che si legge con estremo piacere e divertimento. Ciò nonostante il libro sembra completato a metà, si ha come la sensazione che gli manchino degli ingredienti, ed è caratterizzato da una certa confusione di fondo. 
Lo stile di PKD è quello di non dare troppe spiegazioni, o meglio di non darle affatto, ma questo aspetto non è necessariamente negativo e non possiamo definirlo obiettivamente come un difetto.
Altro discorso andrebbe fatto per l'inserimento di una storia nella storia, che viaggia in parallelo alla caccia degli androidi e alla fine si ricollega a quest'ultima in un modo apparentemente insensato. Philip K. Dick dedica le ultime pagine a quella specie di religione chiamata Mercerianesimo, che già più volte prende l'attenzione durante la lettura rimanendo tuttavia nel vago, mai spiegata a sufficienza. Questo Mercerianesimo non si capisce bene cosa sia, se non in linea del tutto generale, e addirittura non si riesce a capire appieno cosa c'entri con il resto della storia. Nelle righe conclusive, in una specie di secondo finale, si chiude anche il discorso Mercerianesimo ma le incomprensioni rimangono, lasciando un po' l'amaro in bocca.

F. A.

2 commenti:

  1. Io ho letto il libro e poi ho guardato il film, osannato ovunque, personalmente le reputo due cose un po' differenti in certi punti, non sono un appassionato di cinema, il film è comunque bello, ma conoscendo Dick posso dire che nel libro manca qualcosa, bello ci mancherebbe, ma nulla a che vedere con "Ubik" e "Un oscuro scrutare"

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    1. Non è un caso che il film abbia assunto più rilevanza. Persino la famosissima frase finale è stata inventata di sana pianta dando quel tocco finale in più. Il libro, poi, come è stato già scritto nella recensione, termina in maniera un po' fumosa. E nel film è stato sapientemente rimosso ogni riferimento al Mercerianesimo.

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