mercoledì 6 maggio 2015

Il disincanto e il reincanto di Zerocalcare: La profezia dell'armadillo

Nel 2011 il fumettista Makkox produce La profezia dell’armadillo, il primo libro di Michele Rech, conosciuto come Zerocalcare. Il successo dell’autoproduzione è tale da attirare le attenzioni della BAO Publishing, casa editrice sempre sul pezzo. L’opera viene così ristampata a colori con prefazione di Makkox che spoilera un paio di cose: Zerocalcare è “geniale da fottuto natural”, non è costruito, è puro talento e nel libro si trovano 136 tavole divise in storie brevi e divertenti, ma che formano una Storia più grande che lascia un velo di malinconia. Saper far ridere e commuovere non è cosa da tutti, farlo nella stessa pagina è da fenomeni. O da Grandi.
Oltre al filo narrativo della Storia ci si accorge presto che le singole storielle costituiscono un unicum nei temi trattati. Tramite episodi autobiografici Zerocalcare riesce a dare una visione critica e oggettiva di sé, dell’individuo Michele Rech e del mondo in cui è intercalato. Questo ricorso alla propria biografia si traduce in una facile identificazione da parte del lettore della cosiddetta generazione Y, quella che ha “scoperto i Nirvana quando Kurt Cobain era già morto”, lettore che quindi si rispecchia in numerose situazioni vissute da Zerocalcare e dal suo doppelganger Armadillo. 
La personificazione di paure profonde, “paranoie e brutti pensieri”, di coscienza e tempo che passa si accompagna all’accostamento fra la propria madre e Lady Cocca o un amico di infanzia e un cinghiale. Questo reincanto (una “riconciliazione del quantificabile col meraviglioso”) è un’altra faccia di Zerocalcare, del suo modo di vedere e vivere il mondo quasi opposta al suo disincanto malinconico che trova massima espressione nella profezia dell'Armadillo, ovvero in “qualsiasi previsione ottimistica fondata su elementi soggettivi e irrazionali spacciati per logici e oggettivi, destinata ad alimentare delusione, frustrazione e rimpianti, nei secoli dei secoli”.
Un libro a fumetti di un autore che dimostra di riuscire a trovare un equilibro naturale tra realismo e simbolismo, tra leggera ironia e cupezza di fondo.


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