domenica 28 giugno 2015

L'anarchia spiegata da Noam Chomsky

In Anarchismo di Noam Chomsky vengono sfatati diversi miti a proposito dell'anarchia, primo fra tutti il mito secondo cui una società anarchica sarebbe senza regole, disorganizzata e irrimediabilmente caotica. Mi sembra giusto, per il libro in questione, fare una sorta di riassunto dei principi anarchici che sono riuscito ad estrapolare, pensando di fare un favore a coloro che, come me, nutrono una certa curiosità sul tema. Invito a leggere l'intero testo perché ne vale la pena.
Secondo Noam Chomsky, personalità influente che si distingue per la sua immensa cultura, l'anarchismo mette insieme i presupposti del socialismo e del liberalismo. Un anarchico si oppone a qualsiasi forma di oppressione dell'uomo sull'uomo. Secondo l'anarchismo ogni uomo deve avere la libertà di sviluppare al meglio le proprie capacità fisiche ma soprattutto intellettuali. L'anarchismo prevede la proprietà collettiva dei mezzi di produzione. Anche il socialismo lo prevede, ma a differenza del socialista l'anarchico è, secondo Anton Pannekoek,

contrario all'organizzazione da parte del governo, vale a dire che è contrario al socialismo di stato, al dominio dei funzionari statali sulla produzione. L'obiettivo dell'anarchismo è la liberazione da ogni forma di sfruttamento, ma questo obiettivo non può essere raggiunto da una nuova classe dirigente che si sostituisca al governo della borghesia. L'eliminazione dello sfruttamento si realizzerà soltanto con il controllo degli stessi lavoratori sulla produzione.

L'anarchico, citando William Paul,

nega che la proprietà statale possa avere altra conseguenza che non sia il dispotismo burocratico. L'industria può essere controllata e gestita democraticamente dagli operai mediante l'elezione diretta di comitati di amministrazione emanati dalle loro stesse file.

D'altro canto, secondo l'anarchico la proprietà privata dei mezzi di produzione è una forma di furto, lo sfruttamento dei deboli da parte dei forti. La visione del rapporto di lavoro, secondo il punto di vista di Chomsky, è questa: nella storia della civiltà gli schiavi sono a un certo punto diventati servi e questi si sono poi trasformati in salariati, cioè strumenti di produzione.
L'anarchia è un concetto ampio e si intuisce che possano esistere diverse forme di anarchia, così come esistono diverse forme di democrazia. Al contrario di quanto si pensa, la società anarchica è intesa come una società altamente organizzata, dove il potere è distribuito il più possibile alla base e le gerarchie decisionali sono annullate o ridotte al minimo. Chomsky utilizza il termine democrazia di base come sinonimo di anarchia. Dal testo si deduce che la democrazia diretta è un concetto molto vicino all'anarchia. Anarchismo non vuol dire soltanto che il popolo può e deve governare se stesso senza deleghe, ma vuol dire anche fare lo stesso nelle aziende, collettivizzarle, affinché la proprietà sia dei produttori, dove per produttori si intende tutti coloro che nell'azienda ci lavorano.
Nella società anarchica i lavoratori sono padroni del proprio destino, non strumenti di produzione. Il sogno anarchico predilige 

una società dove la gente lavori in modo libero e intelligente, non in base all'amore per il guadagno (John Dewey)

o perché ricattata dalla fame.
E' mai stato sperimentato un simile modello nella storia dell'uomo? Sì, nella Comune di Parigi, repressa nel sangue. Ancora sì, nella rivoluzione spagnola degli anni trenta, finita male pure quella. In quest'ultimo caso si assistette a un elevatissimo grado di democrazia di base. A livello numerico, si stima che furono coinvolte più di tre milioni di persone. La produzione rurale e urbana era gestita dagli stessi lavoratori.
Secondo James Buchanan

la società ideale è l'anarchia, in cui nessun uomo o gruppo costringe nessun altro.

L'anarchico mira a una società in cui ognuno svolga un lavoro gratificante e soprattutto non alienante. Alla domanda di un giornalista su come poter mantenere il giusto livello di benessere con un simile sistema, Noam Chomsky risponde che, qualora un certo lavoro indispensabile non fosse svolto da un adeguato numero di persone, quel lavoro andrebbe ripartito tra tutti gli altri cittadini su base volontaria.
Questo è quanto. Si rimanda alla lettura del libro e degli altri libri citati in esso per i dettagli.

Jeff Leboffe

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