martedì 16 giugno 2015

Luciano di Samosata (120-192 d. C.): "Di una storia vera"

Di una storia vera è un racconto di fantasia scritto nel secondo secolo d. C. dallo scrittore greco Luciano di Samosata, nato intorno al 120 d. C. e morto tra il 180 e il 192 d. C. Dato che, come fa notare un recente articolo de Linkiesta, l'antico racconto narra le fantasmagoriche vicende di una guerra tra il Sole e la Luna, abbiamo forse a che fare con il più antico racconto di fantascienza conosciuto. 
Oggi proponiamo il corposo incipit di quest'opera bimillenaria. La traduzione dal greco antico è quella di Luigi Settembrini e risale al 1862, pertanto non è più coperta da diritti d'autore. Il libro completo, e con esso tutte le opere di Luciano di Samosata, è disponibile per il download sul sito Liber Liber.


DI UNA STORIA VERA 
(incipit)

     Come gli atleti e coloro che attendono agli esercizi del corpo badano a rendersi gagliardi non pure con la fatica, ma anche ogni tanto col riposo, che è creduto parte grandissima della ginnastica; così ancora quelli che attendono agli studi pensomi che debbano dopo le gravi letture riposare la mente, per averla dipoi più fresca al lavoro. Ed avranno conveniente riposo se si occuperanno in tali letture, che sieno piacevoli sì per certa grazia ed urbanità, e sì per ammaestramenti non privi di leggiadria, come io spero sarà tenuto questo mio scritto. Il quale non solamente per la bizzarria del soggetto, e per la gaiezza de’ pensieri dovrà piacere, e per avervi messe dentro molte finzioni che paiono probabili e verosimili; ma perchè ciascuna delle baie che io conto, è una ridicola allusione a certi antichi poeti e storici e filosofi che scrissero tante favole e maraviglie; i quali ti nominerei se tu stesso leggendo non li riconoscessi. Ctesia figliuolo di Ctesioco di Cnido, scrisse intorno all’India cose che egli non vide, e non udì dire da nessuno. Scrisse Iambulo molte maraviglie che si trovano nel gran mare; e benchè finse bugie da tutti riconosciute, pur compose opera non dispiacevole. Molti altri fecero anche così, e scrivendo come certi loro viaggi e peregrinazioni lontane narrano di fiere grandissime, di uomini crudeli, di costumi strani. Duca di costoro e maestro di tale ciarlataneria fu l’Ulisse d’Omero, che nella corte d’Alcinoo contò della cattività de’ venti, di uomini bestioni e salvatici con un solo occhio in fronte, di belve con molte teste, de’ compagni tramutati per incantesimi, e di tante altre bugie, che ei sciorinò innanzi a quei poveri sciocchi dei Feaci. Abbattendomi in tutti costoro io non li biasimavo troppo delle bugie che dicono, vedendo che già sogliono dirle anche i filosofi, ma facevo le meraviglie di loro che credono di darcele a bere come verità. Onde anche a me essendo venuto il prurito di lasciar qualche cosetta ai posteri, per non essere io solo privo della libertà di novellare; e giacchè non ho a contar niente di vero (perchè non m’è avvenuto niente che meriti di esser narrato), mi sono rivolto ad una bugia, che è molto più ragionevole delle altre chè almeno dirò questa sola verità, che io dirò la bugia. Così forse sfuggirò il biasimo che hanno gli altri, confessando io stesso che non dico affatto la verità. Scrivo adunque di cose che non ho vedute, nè ho sapute da altri, che non sono, e non potrebbero mai essere: e però i lettori non ne debbono credere niente.


     Sciogliendo una volta dalle colonne d’Ercole, ed entrato nell’oceano occidentale facevo vela con buon vento. Mi messi a viaggiare per curiosità di mente, per desiderio di veder cose nuove, per voglia di conoscere il fine dell’oceano, e quali uomini abitano su quegli altri lidi. Per questo effetto avevo fatto grandi provvisioni di vettovaglie, e di bastante acqua; scelti cinquanta giovani della mia intenzione; m’ero provveduto d’una buona quantità di armi; avevo preso un pilota con buonissima paga, ed una nave (era una buona caravella) da poter durare a lunga e forte navigazione. Un giorno adunque ed una notte con vento favorevole navigando, vedevamo ancor la terra di lontano, e andavamo oltre senza troppa violenza: ma l’altro giorno col levare del sole il vento rinforzò, il mare gonfiossi, si scurò l’aria, e non fu possibile più di ammainare la vela. Messici alla balía del vento, fummo battuti da una tempesta per settantanove giorni: nell’ottantesimo comparso a un tratto il sole, vedemmo non lontano un’isola alta e selvosa, intorno alla quale non frangeva molto il mare, perchè il forte della tempesta era passato. Approdammo adunque, e sbarcati, ci gettammo a terra stanchi di sì lungo travaglio, e così stemmo lungo tempo. Poi surti in piè, scegliemmo trenta compagni che rimasero a guardia della nave, e venti vennero con me per iscoprire com’era fatta l’isola. Non c’eravam dilungati un tre stadii dal mare per la selva, e vediamo una colonna di bronzo scritta di lettere greche appena leggibili e róse, che dicevano, Fino qui giunsero Ercole e Bacco. V’erano ancora lì vicino due orme di piedi sovra una pietra, la prima d’un jugero, l’altra meno: e credetti questa di Bacco, l’altra di Ercole. Noi adorammo, e proseguimmo. E andati non molto innanzi, giungemmo sopra un fiume che scorreva vino similissimo a quel di Chio. Il fiume era largo e pieno, e in qualche luogo da potersi navigare. Tanto più c’inducemmo a credere alla scritta della colonna, vedendo i segni dell’arrivo di Bacco. Venutami vaghezza di conoscere onde nasceva il fiume, montammo tenendoci sempre alla riva; e non trovammo alcuna fonte, ma molte e grosse viti piene di grappoli: ed alla radice di ciascuna stillavano gocciole di vino puro, donde formavasi il fiume. Nel quale erano ancora molti pesci, che avevano il colore ed il sapore del vino, e noi avendone pescati alquanti, e mangiatili, c’imbriacammo: anzi quando li aprimmo, li trovammo pieni di feccia e di vinacciuoli. Dipoi pensammo mescolarli con altri pesci d’acqua, e così venne non troppo forte un manicaretto di vino. Valicato il fiume dove era il guado, trovammo un nuovo miracolo di viti. La parte di giù che uscia della terra era tronco verde e grosso: in su eran femmine, che dai fianchi in sopra avevano tutte le membra femminili, come si dipinge Dafne nell’atto che Apollo sta per abbracciarla ed ella tramutasi in albero. Dalle punte delle dita nascevano i tralci, che erano pieni di grappoli: e le chiome de’ loro capi erano viticci, e pampini, e grappoli. Come noi ci avvicinavamo elle ci salutavano graziosamente quale parlando lidio, quale indiano, e molte greco; e con le bocche ci scoccavano baci, e chi era baciato subito sentiva per ubbriachezza aggirarglisi il capo. Non permettevano si cogliesse del loro frutto, e si dolevano e gridavano quando era colto. Alcune volevano mescolarsi con noi: e due compagni che si congiunsero con esse, non se ne sciolsero più, e vi rimasero attaccati pe’ genitali: vi si appiccarono, s’abbarbicarono, già le dita divennero tralci, già vi s’impigliarono coi viticci, e quasi quasi stavano per produrre anch’essi il frutto. Noi lasciatili così, fuggimmo alla nave, dove contammo ai rimasti ogni cosa, e come i compagni nel loro congiungimento erano divenuti viti. Prendemmo alcune anfore, e fatto acqua insieme e fatto vino dal fiume, passammo la notte lì vicino sul lido: e la mattina essendo il vento non troppo gagliardo, salpammo.

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