giovedì 30 luglio 2015

Big Fish: un film sottovalutato

Scambiando quattro parole con altre persone che hanno visto il film di Tim Burton mi sono sempre chiesto come mai nella maggior parte dei casi venga ritenuto un film insignificante, un flop, per usare un termine molto in voga di questi tempi. Sarà perché gli spettatori e le spettatrici si aspettano, appunto, da Tim Burton sempre e solamente un film di pura fantasia, mentre nel finale di Big Fish si deduce chiaramente (anche se vengono dati molti indizi sin dall’inizio) che il signore che se ne sta seduto in un letto di morte è un bravissimo raccontastorie, o meglio un bravissimo confezionatore della sua vita.
Il signore in questione si cimenta per tutta la durata del film nel raccontare la storia della sua vita al figlio, il suo unico figlio, che non ha mai tollerato la superficialità, l’infantilismo con cui il vecchio si ostina a raccontare le sue vicende personali, fatte di incontri magici e luoghi incantati, di giganti e avventure al limite dell’incredibile.
Big Fish è uno di quei film che, come si suol dire, o si odia o si ama, ma volendo si può anche trovare una via di mezzo tra i due sentimenti. Ad essere sinceri la storia raccontata dal padre giocherellone non è delle più fantasiose ma acquisisce un senso tutto nuovo, un’importanza tutta da assaporare quando si ragiona un attimo su quello che è stata quella persona apparentemente così infantile. E il nostro uomo è stato un pezzo grosso, una di quelle persone che hanno vissuto la loro vita al meglio possibile, che hanno onorato la vita stessa nella sua concezione universale, un uomo che non ha sprecato nemmeno un’ora della propria esistenza, che ha reso, come disse qualcuno, la sua vita un capolavoro, un personaggio, insomma, la cui biografia può essere letta come un romanzo stupefacente. Gli altri, quelli che non arrivano a capire la grandezza del suo vissuto, la meraviglia, la straordinarietà di quello che ha compiuto e di quello che ha provato, quelli che non riescono a capire quanto potere abbiano nel dare un senso alla loro vita, contro cui troppo spesso lanciano maledizioni, hanno bisogno di un aiuto descrittivo. È questo quello che il raccontafrottole ha provato nella sua vita: il bello di essere il protagonista del suo romanzo. Egli ha provato quello che molti di noi provano quando si immedesimano in un personaggio del loro libro di fantascienza preferito, convinti che la vita reale non potrà mai dare avventure entusiasmanti, grandi emozioni, felicità.
Vita, vita, vita. Ho detto vita? Morte.
A me tutto questo sembra un gran bel messaggio. Ed è proprio il messaggio la forza di Big Fish, anche se, francamente, Tim avrebbe dovuto esagerare ancora di più il suo racconto, portandolo fino al fantasy, perché nel modo in cui è stato impostato il rapporto fantasia-realtà sembra che manchi qualcosa o che ci sia stato un freno inibitorio per paura che, esagerando con la fantasia, molti, forse troppi, non avrebbero capito il messaggio. Da un lato ci sono i realisti puri, quelli che il fantasy o la fantascienza neanche morti, e dall’altro ci sono invece i maniaci della fantasia, quelli che si tufferebbero a candela nella tana del Bianconiglio se ne avessero l’opportunità. Difficile trovare una via di mezzo, in questi casi. E la via di mezzo si chiama Big Fish o, usando il sottotitolo della versione italiana, Le storie di una vita incredibile.



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