martedì 17 novembre 2015

Conversazione fantascientifica con Fabio F. Centamore

Pubblichiamo anche qui l'intervista che Flavio Alunni ha realizzato in collaborazione con TrueFantasy.

Fabio Filadelfo Centamore si avvia alla professione di scrittore nel 2009 quando pubblica la prima antologia di racconti: Alle Sett'Albe. Nel 2010 esce il suo primo romanzo intitolato L’Origine. Autore di alcuni racconti pubblicati tra il 2011 e il 2012 in antologie firmate Delos Books e Edizioni Montag, nel 2013 pubblica una nuova raccolta di racconti dal titolo Luna Park nella quale si sbizzarrisce tra l’horror, il giallo e la fantascienza. Dal 2014 collabora con Delos Digital come traduttore nella collana “Biblioteca di un sole lontano”. Per conto di Lettere Animate pubblica nel 2014 Lotto117, un romanzo breve in formato ebook. Nel 2015 esce per Unreal Books la sua ultima antologia di racconti dal titolo Sogni Alieni. Per non farsi mancare niente ha scritto e pubblicato diversi racconti in inglese. Collabora instancabilmente con varie blogzine ("Mangialibri", "Cronache di un Sole Lontano" e "True Science Fantasy").


Secondo te la fantascienza dovrebbe essere positiva, negativa o cosa? La questione accende da sempre il dibattito tra gli appassionati e i professionisti del settore.

Dovrebbe essere semplicemente fantascienza, un genere letterario in cui la scienza e le suggestioni che essa riesce ad accendere nella nostra fantasia fanno da catalizzatore per le capacità espressive di uno scrittore. Non credo che un testo possa essere più valido letterariamente se parla di scenari positivi o negativi. Esistono romanzi/racconti assolutamente validi e che emozionano centinaia di lettori indipendentemente dallo scenario descritto, positivo o negativo che sia. In definitiva, più che positiva o negativa, la fantascienza dovrebbe sempre essere “propositiva” a tutti i livelli, saper suscitare nuove emozioni e spunti di riflessione al lettore. Se poi gli scenari che stiamo dipingendo per il lettore risultano negativi o positivi è una questione puramente accidentale, non spetta alla fantascienza in quanto genere letterario decidere quale sia il più efficace. Trovo, dunque, che il dibattito fra gli appassionati debba riguardare i lettori e i loro personalissimi gusti più che lo scrittore o, peggio, il genere letterario. Per quanto mi riguarda, preferirei sempre leggere qualcosa di positivo ma non sempre è possibile viste le premesse attuali di questo nostro presente.


Tu che ci navighi all’interno, come vedi l’ambiente e il mercato (brutta parola) fantascientifici italiani?

Disastroso sotto vari livelli e punti di vista. Potenzialmente il mercato (non è una brutta parola, anzi, è la parola giusta) non avrebbe nulla di meno rispetto ai mercati anglosassoni. Certo noi italiani siamo meno numerosi dei lettori di lingua inglese, specialmente se teniamo conto del fatto che l’inglese è parlato in molti paesi (U.S.A., Gran Bretagna, Sud Africa, Australia, etc.), tuttavia le ragioni del disastro sono ben altre e non riguardano semplicemente la fantascienza. Mi spiego meglio. Cominciamo dal mercato. I lettori in Italia ci sarebbero ma vengono educati fin dalla scuola a mostrare scetticismo verso i generi letterari popolari (fantascienza, fantasy, horror, etc.). La letteratura è solo “alta letteratura” e richiede un certo bagaglio culturale, questo è ciò che impariamo a scuola con la conseguenza che il libro è visto tendenzialmente come un qualcosa di noioso o di pesante. Nei paesi anglosassoni l’educazione alla lettura è una cosa che parte fin dall’infanzia e coinvolge bambini di ogni età. Leggere è qualcosa di popolare, un passatempo per tutta la famiglia.
In Italia, poi, non esiste la figura professionale dell’”editor”. Non abbiamo corsi universitari che insegnino a leggere in maniera critica, a valutare correttamente una proposta editoriale e a gestire una casa editrice, come invece abbiamo nei paesi anglofoni. Ne consegue che la nostra editoria non è in mano a professionisti del settore. Persone, cioè, in grado di gestire managerialmente una collana editoriale, tutto è demandato alla cultura e alla passione dei singoli che fanno quel che possono per mandare avanti la baracca in mezzo a mille difficoltà. Ovviamente, non sono un editore e non ho esperienza diretta di editoria. Ma vedendo le cose dall’esterno e confrontandosi con la realtà degli altri paesi, questa è l’impressione che ne ricavo. In definitiva, ambiente e mercato sono asfittici, ingessati da logiche fin troppo vetuste e ancora staccate dal resto del mondo. Servirebbe un buco nel muro per far entrare un po’ di luce e di aria, un cambio generalizzato di mentalità.  


Se avessi pieni poteri su un pianeta simile alla Terra, ma del tutto incontaminato, come ci metteresti mano?

Lo lascerei incontaminato, esattamente così com’è. Mi costruirei una villetta in riva al mare o nelle vicinanze di una fantastica spiaggia tropicale, quindi disseminerei l’orbita di micidiali satelliti killer. Il primo che prova ad atterrare sul mio pianeta finisce disintegrato prima ancora di superare la stratosfera.


Hai pubblicato un racconto sulla rivista «Galaxy’s Edge» di Mike Resnick. Puoi raccontare la cronaca dell’impresa?

Macché impresa! Mike è alla costante ricerca di nomi nuovi per la sua rivista ,non a caso ha sfiorato quest’anno il premio Hugo come “Best editor” di narrativa breve (per la cronaca, non lo ha vinto solo a causa delle beghe politiche causate dalle ben note vicende, è arrivato secondo dopo il “No Award”). Io e Mike siamo in buoni rapporti, ci scambiamo spesso impressioni e brevi battute sul mondo della fantascienza attraverso facebook. La cosa particolare è che lui lavora durante le ore notturne, dalle dieci di sera alle nove circa del mattino: sarebbe molto difficile chattare con lui se non abitassi in Italia e non potessi sfruttare il fuso orario.
La cosa è nata per caso. Gli ho semplicemente chiesto se fosse disposto a leggere un mio racconto, mi interessava avere un suo parere sulle mie qualità di scrittore. Sinceramente non credevo che accettasse. Dovete sapere che, come molti grandi scrittori americani, Mike lavora moltissimo a dispetto dell’età e odia sprecare il suo tempo lavorativo in attività non produttive. Nella mia somma incoscienza, però, non immaginavo che lui considerasse la lettura del mio racconto come qualcosa di produttivo e gli ho inviato un racconto brevissimo dal titolo “The Latest One”. Il suo responso non fu affatto positivo ma, allo stesso tempo, alquanto incoraggiante. Disse che il racconto era valido ma che il mio inglese non andava abbastanza bene.
Potevo farmi fermare da una banale questione di lingua? Naaaa! Ho aperto google e mi sono messo a cercare un insegnante madrelingua americana, l’ho trovato e gli ho chiesto di aiutarmi a migliorare il mio inglese scritto. Dopo qualche lezione ho riscritto completamente il racconto e ho chiesto a Mike se se la sentiva di rileggerlo. Al secondo tentativo il responso è stato positivo, “The Latest One” sarebbe stato il mio primo racconto americano. Quando l’ho ringraziato, Mike ha tenuto a precisare molto schiettamente che non mi stava facendo un favore e che, se il racconto non fosse stato valido, non l’avrebbe mai comprato. Già, altra cosa da tener presente quando si approccia il mercato americano: nessuno vi farà mai un favore lì.


Come veterano autore di ebook, quali sono i pregi e i difetti dell’esperienza digitale?

L’unica grande differenza fra editoria digitale e cartacea è che in digitale esiste la possibilità di pubblicare molta narrativa breve. Ritengo fondamentale saper scrivere racconti e novelle, non c’è palestra migliore di quella per diventare un buon narratore e poi mi diverte molto di più.


Qual è la cosa più improbabile che ti è capitata nella vita?

Farmi una famiglia. Pensa che ho conosciuto la mia attuale moglie mentre lei studiava a Cagliari ed io lavoravo a Genova. Dopo vari mesi di storia a distanza fra Genova e Cagliari, ci siamo lasciati e siamo rimasti assolutamente separati per ben tre anni. In questi tre anni io ho viaggiato fra Genova, Asti e Milano, lei si era spostata in Lussemburgo per poi trovare definitivo lavoro a Firenze. Quante possibilità ci sono che due persone diverse così lontane fra loro si possano ritrovare, innamorare nuovamente e addirittura sposarsi e vivere una vita insieme? Molto poche, dico io. Quasi nessuna, se ci metti anche il fatto che, quando ci siamo ritrovati, lei viveva e lavorava a Firenze io “pendolavo” fra Genova e Milano.


Del tuo libro “Sogni alieni” qualcuno ha criticato lo stile troppo «anni ‘50». Cos’hai da dire a tua discolpa?

Non devo affatto discolparmi, non ho commesso nessuna colpa. Ho solo scritto dei racconti di fantascienza nello stile che quelle storie richiedevano. Il libro ha raccolto poche critiche e moltissimi apprezzamenti, soprattutto sta incontrando molti consensi fra quei lettori che non leggono abitualmente fantascienza. Certo, non si può piacere a tutti. Per fortuna io piaccio alla maggior parte dei lettori che mi legge, vorrei solo poterne raggiungere molti di più.


Quest’anno sei stato alla AetnaCon 2015, la convention che si tiene ogni anno in provincia di Catania. Quali sono state le tue impressioni?

Sono state estremamente positive. Si tratta di una convention che ha gradualmente conquistato una sua “audience” nel territorio e che sta lentamente (ma costantemente) dissodando le coscienze dei lettori locali avvicinandoli alla fantascienza. Mi ha fatto molto piacere partecipare, mi ha fatto sentire a casa (io sono originario di una zona della Sicilia molto vicina alla provincia di Catania, i miei genitori abitano a pochi chilometri dal luogo in cui si è svolta la convention). Mi ha permesso di conoscere nuovi amici molto simpatici e ritrovare i contatti con un caro amico che non rivedevo da tempo. Abbiamo parlato molto di fantascienza e anche di un problema assolutamente attuale, l’immigrazione. La peculiarità di questa manifestazione, infatti, è proprio l’orientamento al dibattito e al confronto sulle tematiche letterarie in rapporto alla realtà locale di quella zona della Sicilia. L’iniziativa, io credo, possiede tutti gli ingredienti giusti per assicurarsi un roseo futuro: ospiti internazionali, una località molto bella da visitare, il calore e la simpatia del pubblico locale.


Pensi che l’Intelligenza Artificiale sia davvero possibile o, come dicono alcuni, è un concetto che si avvicina più al fantasy che alla fantascienza?

Direi che, non solo l’I.A. è davvero possibile, ma è un campo di ricerca in cui già ci stiamo muovendo fin dal diciassettesimo secolo. Certo, siamo lontanissimi dal realizzare un computer “pensante”, ma dopo i risultati raggiunti da Blaise Pascal, Babbage e Touring, siamo oggi in grado di produrre software in grado di compiere almeno una delle operazioni tipiche dell’intelligenza umana. Esistono, infatti, software in grado di imparare dall’esperienza e perfezionarsi autonomamente (esempio: i giochi di scacchi o i traduttori dalle lingue straniere) e, fin dagli anni sessanta, la ricerca si sta spingendo ormai verso nuove fondamentali direzioni. Ormai il concetto di I.A. non comporta più solo la capacità di imparare dai propri errori, ma è ormai orientata verso la costruzione della funzione di adattabilità. Cioè, si cerca di produrre algoritmi che siano in grado di desumere informazioni dall’ambiente circostante operando delle vere e proprie deduzioni. Poiché una parte della sfida è già stata vinta (conferire alle macchine la possibilità di imparare dai propri errori), non vedo per quale motivo non dovremmo essere capaci di vincere anche questa nuova sfida.


Secondo te, qual è l’invenzione di cui avrebbe bisogno il mondo in questo momento?

Il teletrasporto. La possibilità di vivere in Sicilia, alle falde dell’Etna e a contatto con il mare, e lavorare in America facendo avanti e indietro ogni giorno. Fantamegastupendo!


Grazie Fabio. In bocca allo Kzur!

Crepi lo Kzur, nel più profondo dei buchi neri.

1 commento:

  1. Bella intervista Fabio. Ci vorrebbe sì il teletrasporto. Non ti curare troppo della critica, è sempre facile criticare.

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