mercoledì 18 maggio 2016

Vita da self-publisher: intervista a Rita Carla Francesca Monticelli

Migliaia di copie vendute con i suoi ebook. Elogiata da Wired come una dei dieci migliori autori indipendenti italiani. Rita Carla Francesca Monticelli è quel che si dice un self-publisher di successo: tutti i libri che ha scritto sono diventati bestseller Amazon in Italia. Oltre all'attività di scrittura e pubblicazione, dal 2012 tiene una rubrica nel podcast e blog FantaScientificast. Dal 2013 è rappresentante italiana di Mars Initiative, mentre dal 2015 è membro della International Thriller Writers Organization. Molti la conosceranno per la saga "Deserto Rosso", ambientata su Marte. Vive e lavora a Cagliari. Gli interessati possono visitare il suo blog: anakina.net.

Che cosa significa essere un’autore indie? È corretto definirti così?

Autore indipendente è uno dei tanti sinonimi del termine autoeditore (self-publisher, in inglese), che sta a indicare, in poche parole, un particolare tipo di editore che è anche autore dei libri che pubblica. Altri modi per dire la stessa cosa sono editore-autore e autorimprenditore (author-publisher e authorpreneur). 

Senza dubbio è corretto definirmi così, anche perché mette in evidenza un aspetto che prediligo in particolare, vale a dire l’indipendenza. Sono quasi sempre stata una lavoratrice autonoma nella mia vita e lo sono adesso anche nel campo dell’editoria. Mi piace l’idea di portare avanti un’attività imprenditoriale che mi vede allo stesso tempo autrice e editrice. È una sfida che affronto ogni giorno con grande entusiasmo!


Sei salita alla ribalta con la saga "Deserto Rosso". La serie è stata persino elogiata da Wired, che l’ha definita «bella, introspettiva e profonda». Quante soddisfazioni ti ha dato?

Davvero tante, anche perché sono arrivate in maniera inaspettata. Con "Deserto rosso" mi sono messa in gioco per la prima volta in questo campo. Non sapevo cosa sarei riuscita a fare. Avevo una storia da raccontare e mi intrigava l’idea di presentarla direttamente al pubblico per vedere come l’avrebbe accolta. Quella della scrittura creativa è sempre stata una mia passione e non avevo mai pensato che sarebbe potuta diventare un lavoro. Mentre pubblicavo i quattro volumi di “Deserto rosso”, la cosa più bella è stata ricevere tantissimi messaggi da perfetti sconosciuti che seguivano la serie, che mi riferivano le loro opinioni sulla storia, sui personaggi, sugli aspetti scientifici e che addirittura mi offrivano una loro analisi dei libri, supponendo che io mi fossi ispirata ai più disparati autori di cui in realtà non aveva letto nulla!
È stato un modo fantastico di entrare in contatto con lettori tra i più diversi e lo è tuttora. C’è chi anche di recente scopre “Deserto rosso” e mi scrive rendendomi partecipe dalla sua esperienza di lettura, man mano che va avanti con i libri. Molti mi hanno detto di avere l’impressione che i personaggi di questa serie esistano davvero da qualche parte, il che è bellissimo, poiché è quello che sento anch’io, ovviamente.
Credo che queste interazioni con i lettori siano la più grande soddisfazione per un autore e ammetto che non finiscono mai di stupirmi.
E poi c’è tutto il resto. Grazie a “Deserto rosso” ho avuto modo di essere ospite di eventi e fiere sia in Italia che all’estero (nel 2014 sono stata relatrice a un evento durante la Buchmesse di Francoforte). Da lì è iniziato tutto, perché mi ha reso in un certo senso “popolare”, anche se soltanto all’interno di certe cerchie, e mi ha dato la possibilità di presentare ai lettori altri libri di diverso genere, come i miei thriller “britannici”.
Ma tuttora “Deserto rosso” mi accompagna, poiché è la prima parte di un ciclo fantascientifico più ampio, chiamato Aurora, di cui ho già pubblicato una seconda parte, L’isola di Gaia (2014), e il prossimo novembre pubblicherò Ophir, che attualmente sto scrivendo e in cui ritroveremo alcuni personaggi dei libri precedenti e in particolar modo i protagonisti della serie marziana, incluso Marte (che in un certo senso è un personaggio). Il ciclo dell’Aurora prevede altri due romanzi previsti per il 2018 e il 2020.

"Deserto Rosso" è indubbiamente una saga di fantascienza. Quindi sorge spontanea la domanda: qual è la tua formazione letteraria?

Io sono una biologa e, in questo mio essere scienziata nel cuore, sono sempre stata attratta dalla fantascienza in tutte le sue forme, ma devo confessare che ho iniziato a leggere con costanza i romanzi di fantascienza solo negli ultimi 6-7 anni. Il mio background deriva più che altro dai film e le serie TV, da Guerre Stellari (mi piace chiamarlo così!) ai Visitors, da E.T. al franchise di Battlestar Galactica (la serie reimmaginata), da Atto di Forza (quello con Schwarzenegger) al franchise di Stargate. In mezzo c’è praticamente di tutto. I miei autori preferiti in questo genere sono Peter F. Hamilton e Michael Crichton, e anche qui siamo agli antipodi, poiché il primo ha scritto soprattutto space opera e il secondo il maestro del technothriller.
In generale, però, io sono una lettrice onnivora. Il mio autore preferito in assoluto è Thomas Harris e il suo Lecter è il mio personaggio letterario preferito. Questo forse chiarisce un po’ perché i miei personaggi siano sostanzialmente degli antieroi. Ma subito dopo Harris vengono Patricia Cornwell, John Grisham, Robert Ludlum, Michael Connelly, Christian Jacq (sono un’appassionata di antico Egitto) e Richard Matheson, che sto scoprendo solo adesso (meglio tardi che mai).
Se poi ti chiedessi come mai una biologa sia diventata una scrittrice, be’, non saprei risponderti. Io ho una mente fortemente scientifica soggiogata da una fantasia galoppante. Ho sempre amato inventare storie, e metterle nero su bianco è l’unico modo per dare pace alla mia mente “infestata” dai personaggi. Col tempo mi sono resa conto di avere una predilezione particolare per la scrittura, addirittura per la lingua italiana, per quanto trovassi la letteratura noiosa quando la dovevo studiare a scuola (ma la studiavo lo stesso, perché ero un po’ “secchiona”!).

Al di là di tutto, tu vendi. Vendi un casino. Puoi fornire qualche dato sui tuoi ebook?

L’ultima volta che ho fatto un po’ di calcoli, qualche mese fa, avevo superato le 12.000 copie complessive dei libri pubblicati direttamente da me in quasi quattro anni da quando è uscito il primo volume di “Deserto rosso” (il mio primo libro a pagamento). C’è però da dire che nell’ultimo anno solare questi libri mi hanno fruttato più degli altri tre messi insieme. Si tratta di un trend in crescita anche per il fatto che il mercato è maturato e soprattutto in certi generi i lettori sono sempre più disposti a spendere anche più di 3 euro per un ebook.
A questa cifra ci sono da aggiungere gli oltre 165.000 lettori di The Mentor, l’edizione inglese del mio thriller Il mentore, che è stata pubblicata da AmazonCrossing lo scorso autunno e che per alcuni giorni ha raggiunto la prima posizione nel Kindle Store americano.

Cosa ne pensi del fenomeno Andy Weir, l’autore che ha trasformato il suo ebook auto-pubblicato in un bestseller mondiale e persino in un film diretto da Ridley Scott? Sei la persona migliore a cui porre questa domanda, per tanti motivi. Ne vogliamo dire uno? Il libro di Andy Weir è ambientato su Marte.

Io ho letto il libro di Weir nel 2013, in tempi non sospetti. Cercavo qualcosa da leggere che fosse ambientato su Marte per mantenere il contatto con l’ambientazione, mentre scrivevo gli ultimi due libri di “Deserto rosso”. E l’ho adorato. 
La favola di Weir è un ottimo esempio di come un self-publisher possa essere in grado di creare engagement, tanto da fare di un libro scritto a puntate e pubblicato gratuitamente sul proprio sito un bestseller su Amazon, cosa che poi l’ha portato all’attenzione di un editore di audiolibri (che si è fatto d’oro grazie a lui e che a sua volta lo sta letteralmente ricoprendo di soldi, visto che tra di loro c’è un contratto diretto, senza intermediari), un agente, un grosso editore e una casa di produzione cinematografica.
Probabilmente, quando Weir ha iniziato a scrivere “The Martian”, l’ha fatto davvero solo per divertirsi. Voleva scrivere una storia di sopravvivenza su Marte che fosse il più possibile plausibile e per riuscirci si è rivolto alla rete, dove ha trovato l’aiuto di scienziati ed esperti di tutto il mondo. Una volta terminato il romanzo, i suoi lettori gli hanno chiesto di renderlo disponibile su Amazon e l’unico modo era metterlo in vendita a 99 cent. E così è successo che ha venduto 35.000 copie in un paio di mesi, diventando un autore di bestseller.
C’è una componente di fortuna enorme, ma allo stesso tempo il suo caso dimostra come l’editoria stia cambiando e come gli autori abbiano a disposizione grazie alla rete degli strumenti che, con l’idea giusta fra le mani e una spiccata capacità all’interazione, li possono portare a grandi risultati.
Se poi vogliamo parlare del romanzo, come ti dicevo, l’ho adorato. È il giusto mix tra avventura, scienza e ironia. Per apprezzare veramente la storia bisogna leggere il libro, anche perché la trasposizione cinematografica mette l’accento soprattutto su certi aspetti tipicamente “americani”, mentre il romanzo ha un taglio diverso, più divertente che drammatico e meno patriottico. Ma sarebbe ancora meglio leggerlo nella lingua originale, in cui è ancora più “sboccato”, a iniziare dalla frase di apertura che, chissà perché, nell’edizione italiana è stata “pulita”.
L’unica cosa che non mi è piaciuta (e che nel film è ancora meno accettabile) è il fatto che tutta la storia sia basata su un assunto scientificamente errato, in maniera clamorosa, cioè che su Marte una tempesta possa arrivare a fare tutti quei danni fino a minacciare di ribaltare il veicolo spaziale di rientro. È una licenza che, a mio parere, con un pochino di immaginazione poteva essere evitata, trovando qualche altro escamotage per far sì che Mark Watney fosse ritenuto morto e la missione abortita. Ma ammetto che è un po’ un voler cercare il pelo nell’uovo!

Cos’altro fai dal punto di vista professionale, a parte scrivere libri?

Vuoi dire a parte scrivere, pubblicare e promuovere libri? Magari fosse solo scrivere! Sai quanto tempo libero avrei altrimenti? 
In teoria, io sarei una traduttrice tecnico-scientifica. Sono anche titolare di una ditta individuale che si occupa appunto di traduzioni. In pratica, da più di un anno a questa parte traduco a tempo perso (e per pagarmi i contributi, visto che chi percepisce soltanto royalty non può versarli), mentre mi occupo principalmente dei miei progetti editoriali. Sono di fatto una self-publisher a tempo pieno e posso dire che nel 2015 ho vissuto di questo lavoro. Spero di ripetermi anche quest’anno.
Ultimamente sto poi facendo un’esperienza lavorativa interessante. Sto tenendo un corso integrativo di self-publishing a Varese presso l’Università degli Studi dell’Insubria, nell’ambito del corso di laurea di Scienze della Comunicazione.
È per me qualcosa di particolare, poiché in passato ho lavorato all’università qui a Cagliari per sei anni, come biologa, sia nel campo della ricerca che della didattica, e ritrovarmi adesso dopo dodici anni a insegnare in ambiente accademico mi fa uno strano effetto.

È uscito da poco il tuo ultimo libro: Per caso. In questa space opera affronti il dramma di una colonizzazione spaziale. Cosa dobbiamo aspettarci? Cannoni laser e astronavi da combattimento o qualcosa di più sofisticato? 

Per caso racconta l’episodio dell’incontro-scontro tra due nemici: un umano e una sirena.  La storia è ambientata in un futuro lontano, in cui l’umanità è in grado di intraprendere viaggi interstellari e di colonizzare pianeti lontani. Tra questi c’è Thalas, un mondo ricoperto da un unico oceano punteggiato di isole, che erroneamente gli umani avevano ritenuto non abitato da alcuna specie intelligente. Le sirene (questo è il nome dato alla razza autoctona di Thalas), che considerano gli umani degli invasori, degli esseri infestanti, e rifiutano ogni comunicazione con loro, li hanno osservati per lungo tempo, prima di sferrare il loro attacco, ma col passare dei decenni, siccome dispongono di una tecnologia inferiore, stanno perdendo la guerra. Eppure non smettono di combattere a costo di venire sterminate, secondo una logica incomprensibile per la mentalità umana.
Non ci sono cannoni laser né astronavi da combattimento, ma attentati terroristici, spesso suicidi. Il riferimento all’attualità dei nostri giorni è chiaro, cui si aggiunge il fascino di un mondo sconosciuto e selvaggio, temi tipicamente fantascientifici come le astronavi interstellari e il criosonno, ma anche tanta azione, un mistero da svelare, l’incapacità di comprendere e accettare fino in fondo il “diverso” e l’inconciliabilità tra civiltà guidate da principi quasi opposti.
In tutto questo contesto, un umano, Doc (è il suo nome di battaglia, poiché un tempo era un medico), che appartiene a un corpo militare specializzato nel combattere le sirene, sta investigando su quanto è accaduto all’astronave Chance (uno dei motivi del titolo del libro), destinata a portare trecento colonizzatori su Thalas, ma data per dispersa decenni prima e riapparsa di recente nell’orbita del pianeta con il suo carico di morte. Lui stesso insieme alla sua partner l’hanno trovata al ritorno da una ricognizione. 
Nell’ambito dell’indagine è costretto a confrontarsi con una sirena, per far luce su questa vicenda, fino a conoscerla e quasi diventarne amico (sì, un po’ mi sono ispirata a Il mio nemico, in particolare al film visto da ragazzina). Ma rimane sempre un dubbio di fondo che verrà svelato alla fine: fino a che punto puoi fidarti del tuo nemico?
Nella storia c’è spazio anche per uno scorcio di questo futuro lontano sulla Terra e… per diversi colpi di scena! E un elemento su cui ho giocato nello sviluppare la trama è la causalità, che interviene sulle vite dei protagonisti (Doc, la sirena, Allison e Killian), provocando conseguenze inattese.

Quant’è dura la vita di un’autore indipendente? E quanto, invece, è meravigliosa?

È dura come tutte le forme di lavoro autonomo, perché si lavora sempre, ottenendo dei risultati che solo in parte dipendono dall’entità dello sforzo profuso. Ma la sua stessa imprevedibilità, la possibilità di raggiungere traguardi superiori alle aspettative, il controllo totale su ciò che si pubblica e sull’organizzazione del proprio tempo, il fatto di lavorare per qualcosa che si è creato nell’esatto modo in cui lo si è voluto creare, senza farsi piegare da influenze esterne, è meraviglioso.
L’editoria è un mercato difficile, soprattutto nel campo della narrativa. Vivere della propria scrittura per un autore può sembrare un miraggio. Nell’editoria tradizionale è una rarità, ma nell’autoeditoria, dove una piccola nicchia di lettori diventa oro se non ci sono intermediari da pagare, tutto è diverso. Magari non si diventa ricchi e famosi come Andy Weir, ma l’ambizione di camparci, con la giusta dose di impegno, determinazione e talento, può diventare realtà.

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