sabato 2 luglio 2016

Resoconto sull'Asteroid Day


Il 30 giugno, in una serata moderata dal fisico Ettore Perozzi, nella libreria "Assaggi" di Roma si è festeggiato l’Asteroid Day, iniziativa dedicata agli asteroidi da impatto nata da un paio d’anni. La prima manifestazione era andata un po’ in sordina ma quest’anno la giornata ha ricevuto la sponsorizzazione dell’ESA.

Ne è venuta fuori una bella chiacchierata con persone come Andrea Carusi, pioniere della Fondazione Spaceguard, Andrea Di Paola dell’INAF, Enrica Battifoglia di Ansa Scienza, Enrico Flamini e Barbara Negri dell’Agenzia Spaziale Italiana (ASI), e la scrittrice fantasy (nonché astrofisica) Licia Troisi. Ci sono stati anche due collegamenti con Andrea Milani dell’Università di Pisa e Giovanni Valsecchi dell’INAF, altri pionieri italiani dello studio degli asteroidi. Gli interventi si sono suddivisi in quattro tematiche: Osservazione ed esplorazione, protezione dai rischi, comunicazione.

Si è parlato di scienza, certo, ma è stata anche un’occasione per raccontare storie. Perché chi lavora sugli asteroidi ha sempre molte storie da raccontare. Una l’ha raccontata Ettore Perozzi, insieme a Enrico Flamini. L’avventura risale al 2009.

All’epoca fu avvertito l’osservatorio di Torino dopo l’avvistamento di un cratere su Google Maps. All’osservatorio fecero una ricerca e capirono che si trattava di un vero cratere da impatto, così organizzarono una spedizione. Fu un’avventura strana e appassionante. Il cratere si trova in un posto molto complicato politicamente: tra il Sudan e l’Egitto. I nostri connazionali andarono lì e trovarono un cratere incontaminato, con meteoriti ovunque. Era un paradiso per chiunque si occupi di asteroidi. L’avventura finì in maniera rocambolesca perché gli egiziani si tennero quasi tutto. Uno dei pezzetti ritrovati lì è passato di mano in mano tra i presenti in sala. Alla fine della storia Flamini ha parlato della possibilità di fare una mappa dei crateri da impatto sulla Terra (circa 180). L’opera dovrebbe essere pubblicata in forma cartacea a giugno del prossimo anno.

Poi è stata la volta di capire come si originano gli asterodi. Il duro compito è toccato a Andrea Carusi. «All’inizio esistevano masse asteroidali molto grandi che non sono riuscite ad aggregarsi in pianeti dopo la nascita del sistema solare» ha spiegato. «Poi queste hanno cominciato a scontrarsi tra loro, a frantumarsi e a dare origine a tanti pezzettini che adesso, sostanzialmente, si trovano nella fascia degli asteroidi tra Marte e Giove. Ma Giove e Saturno creano delle condizioni dinamiche nella fascia asteroidale per cui alcuni asteroidi si muovono, vengono verso l’interno, e in alcuni casi possono incrociare l’orbita della Terra diventando dei Near Earth Object (NEO)».



Spazio anche all’esplorazione e all’osservazione via telescopio grazie ad Andrea Di Paola, che ha illustrato anche come si calcolano le loro orbite. Gli asteroidi, ha spiegato Di Paola, a differenza di quanto succede in astronomia per le stelle sono oggetti che non emettono luce propria ma solo riflessa. E l’asteroide non si muove come le stelle, si muove tra le stelle. Non lascia puntini luminosi nel cielo ma lascia una traccia che rende difficile osservarli. Inoltre, tanto più passano vicino alla terra, tanto più gli asteroidi hanno una velocità apparente elevata e di conseguenza tanto più difficile sarà osservarli.

Il primo collegamento via Skype è stato con Andrea Milani. Ci ha raccontato come anni fa, insieme a Giovanni Valsecchi, hanno deciso di risolvere il problema dell’impatto degli asteroidi. Sono stati i primi al mondo a costruire un metodo matematico che prevedesse la probabilità di impatto tra un asteroide già conosciuto e la Terra. Sono testimonianze che non si sentono tutti i giorni.

Barbara Negri dell’ASI è stata molto concreta nel suo intervento: «Al momento l’attenzione è più sui debris (detriti provenienti dai satelliti artificiali), ma non vedo perché non si possano monitorare con la stessa attenzione i NEO, che non sono altro che detriti naturali. Del resto sono proprio i detriti provenienti dallo spazio che possono dare veramente problemi».

Enrica Battifoglio, da giornalista scientifica ha fatto un discorso inerente la comunicazione della scienza, che si può riassumere con queste sue parole: «Cambiano i mezzi di informazione ma rimane sempre il problema delle fonti, che devono essere attendibili».

Anche Licia Troisi ha affrontato il problema della comunicazione. «La divulgazione deve far leva sull’aspetto emotivo, però è anche importante rimanere ancorati ai fatti. Perché spesso il pubblico generalista non sa che cos’è esattamente la scienza, come funziona e quali sono gli strumenti che utilizza. L’emozione esiste anche nella scienza: ne è la molla iniziale. Però bisogna far capire che la ricerca non va avanti con i sentimenti. È difficile per uno scrittore o un giornalista riuscire a toccare il cuore del pubblico dandogli anche informazioni corrette, facendogli cioè capire chiaramente cosa fa la scienza e come procede».

Articolo pubblicato su Fly Orbit News il giorno 1 luglio 2016

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