mercoledì 7 giugno 2017

Le terrificanti edizioni Cliquot


Cliquot è una giovane casa editrice che finora ha pubblicato, in ebook e non solo, storie che rimandano più o meno esplicitamente all'orrore e al soprannaturale. Secondo Federico Cenci – l'anima di Cliquot  l'orrore va inteso come qualcosa che vive sia dentro che fuori di noi, e la linea che divide il mondo interiore da quello esteriore, la realtà dalla percezione, è molto sottile, per non dire evanescente.

Si fa presto a dire orrore. La casa editrice Cliquot che tipo di orrore propone?

Provo a rispondere in maniera più concreta possibile, prendendo come esempio un paio di libri che mi stanno particolarmente a cuore: uno è La cosa marrone chiaro e altre storie dell’orrore di Fritz Leiber, appena uscito in cartaceo, l’altro è Il ritratto del morto di Daniele Oberto Marrama, che abbiamo pubblicato in ebook all’inizio della nostra avventura editoriale, nel 2015. Due raccolte di racconti horror che difficilmente potrebbero essere più diverse per epoca, cultura, ambientazione e stile. Ecco, c’è un importante passaggio che si ripete – praticamente identico – in entrambi i libri.

Il primo racconto del libro di Marrama, proprio quello che dà il titolo all’antologia, comincia così:

«Il soprannaturale?» fece Guido Rambaldi, allontanando d’un colpo la tazza di birra che aveva dinnanzi e sulla quale aveva, fino a quel momento, chinato ogni tanto il pallido volto, in silenzio. «Il soprannaturale? E chi può parlarne con cognizione di causa? Chi può dire, sinceramente, se ci sia un limite fra quello che è e quello che pare? Chi ha ancora acquistato il diritto di distinguere la visione dalla realtà?»


Nel racconto lungo “La cosa marrone chiaro” contenuto nella nostra raccolta di Leiber, a un certo punto i personaggi si interrogano su certe visioni che hanno i pazzi del manicomio:

«Non intendevo proprio questo tipo di incontri» era stata la risposta di Saul. «Penso piuttosto a quel genere di cose in cui si imbattono i miei pazienti all’ospedale.»
«Ma le loro sono allucinazioni, proiezioni, archetipi e via dicendo, no?» aveva osservato Franz, con un certo stupore. «Sono parti di una realtà interiore, naturalmente.»
«A volte non ne sono tanto sicuro» aveva detto Saul lentamente. «Chi crede a un pazzo che dice di aver visto un fantasma? È realtà interiore o esteriore? Chi può dirlo?»

Per Cliquot l’orrore è proprio quella zona di incertezza, il rimanere in bilico su quella linea che divide l’interiore e l’esteriore, il conscio e l’inconscio, il vero e l’immaginato; quella soglia che se varcata, può disvelare per alcuni istanti certi stati emotivi autentici e primordiali.

In realtà “horror” o “orrore” non sarebbero nemmeno termini tanto esatti. “Terrore” già si avvicina di più, è un sentimento più psicologico. Freud ha provato a definirlo “perturbante” (Das Unheimliche, il non-familiare). Alla fin fine non è altro che quel brivido freddo lungo la schiena che tutti qualche volta abbiamo provato leggendo qualche bravo autore. È difficile definirlo con parole più precise.

Quindi è come se non ci fosse differenza fra interiore o esteriore? Secondo te, l’orrore (o il terrore) nasce dentro di noi o è qualcosa che viene dall’esterno?

A questa domanda Fritz Leiber ha risposto, secondo me, in modo divino. Sempre da “La cosa marrone chiaro”:

«Quanto a considerare la tua storia una favola o un’invenzione, mio caro Franz, sappi che per me la bontà di una storia è già la più alta prova della sua verità. Non faccio alcuna distinzione fra realtà e fantasia, fra l’oggettivo e il soggettivo. Vita e consapevolezza sono alla fin fine una cosa sola, e comprendono anche la sofferenza più grande e la morte. Il dramma non deve piacerci dall’inizio alla fine, e i finali non sono mai consolatori. Alcune cose, sorprendentemente, si incastrano con armonia e bellezza l’una con l’altra, pur con entusiasmanti discordanze: e quelle sono vere. Altre invece no, ed è, semplicemente, cattiva arte. Non trovi?».

Io personalmente non avrò una visione così romantica, ma credo comunque che ci sia del vero, e in particolare che la nostra realtà sia in qualche modo il riflesso di ciò che abbiamo dentro. Esistono addirittura teorie legate alla fisica quantistica secondo cui la nostra realtà è creata completamente dalla nostra percezione, cioè che la realtà si materializza davanti ai nostri occhi esattamente nell’istante in cui la guardiamo. Teorie affascinanti che, anche se non fossero vere (ma se è bello è vero, dice Leiber, no?), sono utili per mettere in moto il cervello e passare, nella vita, dai pensieri all’azione.


Rimaniamo su “La cosa marrone chiaro”. Fritz Leiber a un certo punto si domanda «perché mai una città moderna non dovrebbe avere i suoi fantasmi speciali, come una volta li avevano i castelli, i cimiteri e i grandi manieri». Tu che ne pensi?

Questo è un argomento che mi affascina tantissimo, non a caso un bel po’ dei miei romanzi preferiti hanno a che fare con luoghi infestati. Anche nella realtà, il luogo dove si consuma l’orrore non è solo una cornice, ma è parte dell’orrore stesso, come se le pareti, ogni singolo mattone intrappolasse nei suoi atomi la memoria tangibile degli eventi sciagurati. Manicomi e mattatoi dismessi, per esempio, mantengono la loro aura malsana anche dopo tanto tempo.

Ma esaminerei la questione dal punto di vista della fiction. Come dice Leiber, una città moderna dovrebbe avere i suoi fantasmi speciali, così come ogni singolo luogo moderno, tuttavia il fantasma dovrebbe essere davvero un tutt’uno con il nuovo ambiente, o più precisamente l’ambiente dovrebbe avere, come nella realtà, una sorta di memoria cellulare del fantasma. Provo a spiegarmi meglio. Il racconto dell’orrore ottocentesco ha secondo me il suo limite (per il lettore odierno) proprio in questo: il castello, il cimitero, il maniero e così via sono soltanto luoghi evocativi, che hanno la funzione narrativa di circoscrivere e isolare l’evento sovrannaturale o orrorifico, senza esservi legati. E l’evento orrorifico non è che l’espressione, in genere, della stessa forma archetipica: quella dell’alterità sconosciuta. Il fantasma che vaga ululando per i corridoi del castello, l’assassino che attende nel vicolo illuminato fiocamente dai lampioni a gas, l’alter ego crudele che si risveglia in noi a notte fonda, sono alla fin fine tutti lo stesso mostro.

Oggi non siamo più spaventati da questo genere di alterità. Oggi quello che ci serve è che ogni luogo abbia il suo mostro specifico, perché ogni luogo è anche un mostro. Farei una citazione tanto per illustrare cosa intendo e chiudere in bellezza, ma per non essere monotono e tirare in ballo sempre il buon Fritz, dirò soltanto: leggete, se non l’avete ancora fatto, L’incubo di Hill House di Shirley Jackson, e soprattutto il suo raggelante, meraviglioso incipit.

Meglio Howard Phillips Lovecraft, Edgar Allan Poe o Stephen King?

Questo è un po’ come chiedere a un bambino se vuole più bene a mamma o a papà. Ma poiché sono convinto che ogni bambino abbia in cuor suo una risposta alla domanda, proverò a rispondere anch’io alla tua. Sarò diplomatico, però.

In qualità di editore, scelgo King. Se ne avessi la possibilità, dei tre sarebbe il primo che pubblicherei.

In qualità di studioso e cultore del genere, scelgo Lovecraft. Non c’è niente di più esaltante che sviscerare la sua elaborata e sempre ponderatissima scrittura.

In qualità di lettore, scelgo Poe. Viene prima degli altri due, l’ho letto prima degli altri due. E lo posso rileggere in una vecchia raccolta in lingua originale che non sarà rara o costosa, ma ha le pagine talmente ingiallite che il solo tenerla fra le mani e sfogliarla amplifica il brivido. E poi mi fu regalata da una carissima persona che oggi non c’è più.

Sei in un deserto, stai camminando sulla sabbia e vedi una tartaruga rovesciata. Che fai?

Eh eh, cos’è, un test concepito per suscitare una reazione emotiva? La tartaruga l’ha rovesciata Leon; io la rimetto sulle zampe: sono buono.

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