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giovedì 20 luglio 2017

La missione spaziale LISA Pathfinder è stata un successo

Missione compiuta per LISA Pathfinder

Martedì 18 luglio la sonda europea LISA Pathfinder è stata spenta definitivamente. I comandi di spegnimento sono stati inviati dalla Deep Space Antenna 2 (DSA 2) presso la stazione di Cebreros, in Spagna, alle 20:00 ora italiana. Le operazioni sono state dirette dallo European Space Operations Centre (ESOC) a Darmstadt, in Germania, con l’ausilio di esperti in trasmissioni via Terra.

Dopo 16 mesi di attività, la conclusione della missione LISA Pathfinder apre quindi la strada al futuro rivelatore spaziale di onde gravitazionali LISA (Laser Interferometer Space Antenna), il cui lancio è previsto non prima del 2030. Infatti LISA Pathfinder altro non era che un laboratorio spaziale finalizzato a testare la capacità di rilevare le onde gravitazionali con la futura missione LISA.

La sonda, lanciata nel dicembre del 2015 a bordo di un VEGA, aveva già lasciato il punto lagrangiano L1 a 1,5 milioni di chilometri dalla Terra per entrare in orbita intorno al Sole dopo una lunga operazione iniziata ad aprile e durata alcuni mesi. Adesso il suo periodo di rotazione è di pochi giorni più breve rispetto a quello della Terra.

La missione è terminata ufficialmente il 30 giugno e lo spegnimento dei trasmettitori servirà a silenziare LISA Pathfinder in modo che non disturbi le missioni future.

Ian Harrison, manager delle operazioni presso l’ESOC a Darmstadt, si è dichiarato più che soddisfatto dei risultati. «Abbiamo affrontato molte sfide durante la missione – ha detto – ma grazie alla stretta collaborazione tra i gruppi di ricerca coinvolti, dall’Europa agli Stati Uniti, ogni obiettivo è stato raggiunto. I risultati hanno persino superato le attese».



LISA Pathfinder si è avvalsa anche del contributo della NASA e dell’apporto fondamentale dei singoli Stati europei, con l’Agenzia Spaziale Italiana (ASI) in prima linea.

All’Italia è stata affidata la leadership scientifica della missione, con il ruolo di principal investigator ricoperto da Stefano Vitale (leggi l'intervista), professore ordinario di Fisica sperimentale all’Università di Trento e membro del Trento Institute for Fundamental Physics and Applications (TIFPA) dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN).

Via Fly Orbit News

Immagine: ESA

mercoledì 19 luglio 2017

Volare su Plutone. Il video della NASA


Montagne, colline, crateri, distese di ghiaccio. La superficie di Plutone viene mostrata in un video straordinariamente realistico della NASA.

Come se fossimo a bordo della navicella New Horizons - la prima sonda ad aver raggiunto il pianeta nano nel mese di luglio 2015 - grazie al video realizzato dalla NASA possiamo sorvolare a bassa quota i pendii alieni elaborati in 3D a partire dalle fotografie della sonda che, nel frattempo, ha abbandonato Plutone per dirigersi verso un oggetto ancora più lontano chiamato 2014 MU69

A essere precisi, le informazioni raccolte dalla sonda sono state elaborate dagli scienziati della NASA per realizzare non uno, ma due video, entrambi estremamente veritieri. 

In una clip si vede la più grande luna di Plutone, Caronte, nella sua interezza, quindi a partire da un punto di vista relativamente lontano. Invece l'altra clip si avvicina di molto alla superficie di Plutone, al punto che sembra letteralmente di planare su di esso osservandone la superficie con dettagli unici e un punto di vista insuperabile.




lunedì 16 gennaio 2017

Hubble programma il destino di Voyager


Le due sonde Voyager della NASA continuano a sfrecciare lungo un territorio inesplorato ai confini del Sistema Solare. Nel loro lungo viaggio stanno misurando il mezzo interstellare, il misterioso ambiente che si trova tra una stella e l’altra nella nostra galassia. Nel frattempo il Telescopio Spaziale Hubble sta tracciando la futura mappa di percorrenza delle navicelle tramite l’osservazione della materia interstellare davanti a loro. Così, anche quando le Voyager, tra circa dieci anni, non avranno più energia e non potranno inviare dati, gli astronomi sapranno lo stesso in quale ambiente si muoveranno le sonde morenti.

«Questa è una grande opportunità per comparare le misure dirette eseguite con le sonde Voyager e quelle eseguite a distanza con l’Hubble», ha commentato Seth Redfield della Wesleyan University a Middletown, in Connecticut,  primo autore della ricerca presentata il 6 gennaio all’incontro invernale dell’American Astronomical Society che si è svolto a Grapevine, in Texas. «Le Voyager stanno campionando piccole regioni dello spazio attraversate a una velocità di circa 60mila chilometri orari. Però non abbiamo idea se queste piccole aree sono comuni oppure rare. Le osservazioni del Telescopio Spaziale Hubble offrono invece una veduta più ampia. Insomma, il telescopio completa il quadro dell’ambiente attraversato dalle navicelle Voyager».


Le prime analisi dell’Hubble hanno rivelato una ricca e complessa ecologia interstellare che comprende molteplici nuvole di idrogeno accompagnato da altri elementi chimici. I dati del telescopio, una collaborazione internazionale tra NASA e Agenzia Spaziale Europea (ESA), insieme alle misure delle Voyager, hanno anche gettato una nuova luce sul modo i cui il Sole viaggia attraverso lo spazio interstellare.


La NASA ha lanciato le sonde gemelle Voyager 1 e Voyager 2 nel 1977. Entrambe hanno prima esplorato i pianeti Giove e Saturno, mentre Voyager 2 ha fatto anche visita a Urano e Nettuno. Attualmente Voyager 1 è a 20 miliardi di chilometri dalla Terra e ciò la rende l’oggetto di fabbricazione umana più lontano in assoluto. Tra 40mila anni raggiungerà la prima stella oltre i confini del Sistema solare, Gliese 445. Voyager 2, invece, si trova a 16 miliardi di chilometri dalla Terra e tra 40mila anni passerà vicino alla stella Ross 248.


Immagine: NASA, ESA, Z. Levay (STScI)

lunedì 9 gennaio 2017

IXPE, una nuova finestra sull'Universo


La NASA ha deciso di avviare la IXPE (Imaging X-ray Polarimetry Explorer), una missione che permetterà agli astronomi di esplorare, attraverso i raggi X, i dettagli di alcuni fra gli oggetti astronomici più potenti e misteriosi, come i buchi neri supermassicci, le stelle di neutroni e le pulsar. L’Italia parteciperà con alcuni strumenti. Il lancio ufficiale è previsto per il 2020.

I buchi neri possono riscaldare i gas circostanti fino a oltre un milione di gradi e i raggi X, emessi da questi gas surriscaldati, possono essere polarizzati, propagandosi cioè in una particolare direzione.

La IXPE prevede la messa in orbita di tre telescopi spaziali capaci di misurare la polarizzazione dei raggi X di natura cosmica, consentendo agli scienziati di rispondere ad alcune domande fondamentali su oggetti astronomici molto lontani da noi, a livello dei quali si raggiungono livelli estremi di campi gravitazionali, elettrici e magnetici. In altre parole, livelli estremi di energia.

La missione IXPE vedrà una cospicua partecipazione del nostro paese attraverso l’Agenzia Spaziale Italiana (ASI), l’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF) e l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN). «Sono molto contento che si stia concretizzando una missione pensata già molti anni fa da Enrico Costa dell’INAF con il contributo decisivo di Ronaldo Bellazzini dell’INFN, che permetterà finalmente di aprire una nuova finestra nell’astronomia dei raggi X», ha dichiarato al notiziario dell’INAF Paolo Soffitta, a capo del team che coordina le attività di IXPE per l’INAF.

Anche secondo Paul Hertz, direttore della divisione di astrofisica ai quartier generali della NASA a Washington, IXPE aprirà una nuova finestra sull’Universo. E gli scienziati possono solo immaginare cosa scopriranno guardando il Cosmo attraverso i raggi X.

A cosa servono missioni di questo tipo l’ha raccontato, in un’intervista per Fly Orbit News, l’astrofisica Donatella Cea, dottoranda esperta della missione Swift, che si prefigge l’obiettivo di studiare le emissioni cosmiche di raggi gamma.

«L’Universo è il laboratorio per eccellenza, il laboratorio fondamentale», ha spiegato la scienziata. «Lì avvengono eventi a livelli di energia che non sono riproducibili sulla Terra. Osservando questi eventi possiamo testare tutti i nostri modelli, possiamo capire meglio la fisica intorno a noi. Capire come l’Universo riesce a produrre certe energie può aiutare anche nella vita quotidiana, nel senso che si potrebbe capire come poter utilizzare determinati processi nella vita quotidiana ma, soprattutto, nello sviluppo tecnologico».

Via Fly Orbit News

Immagine: Pixabay

mercoledì 28 dicembre 2016

Il 2016 è stato un anno ricco di missioni spaziali


Anche quest’anno le missioni spaziali hanno scritto le pagine di un vero e proprio viaggio verso l’ignoto. 

Il 2016 sta finendo e si percepisce come un velo di malinconia pensando alle missioni che sono finite e non torneranno più, ma si riaccende anche la passione per i programmi spaziali ancora in corso e per quelli che verranno. 

Dai successi della missione LISA Pathfinder al drammatico schianto su Marte del lander Schiaparelli, quest’anno abbiamo imparato che i successi e i fallimenti gettano insieme le basi per compiere gesta ancora più grandi nel futuro che ci attende.

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Immagine: rappresentazione artistica del telescopio spaziale Kepler. Credits: NASA Ames/ W Stenzel

martedì 20 dicembre 2016

LISA Pathfinder, missione (quasi) compiuta


La sonda LISA Pathfinder ha avviato l’ultima pionieristica fase della missione che durerà sei mesi. Gli scienziati e gli ingegneri eseguiranno esperimenti estremi fino al 31 maggio prima di lavorare, finalmente, all’osservatorio spaziale LISA, futuristico rivelatore di onde gravitazionali che sarà lanciato verso il 2030.

Le onde gravitazionali, va ricordato, sono increspature dello spazio-tempo teorizzate da Albert Einstein un secolo fa e osservate per la prima volta nel settembre 2015 e per la seconda volta nel dicembre 2015. Rappresentano un modo davvero unico per studiare l’Universo e sono destinate a rivoluzionare l’astrofisica.

L’osservatorio spaziale LISA (Laser Interferometer Space Antenna) andrà a caccia di onde gravitazionali con una sensibilità straordinaria e lo farà grazie a LISA Pathfinder, la sonda sviluppata con enorme successo dall’Agenzia Spaziale Europea (ESA) per testare le tecnologie su cui basare, appunto, il futuro rivelatore.

LISA Pathfinder si avvale anche del contributo della NASA e dell’apporto fondamentale dei singoli stati europei, con l’Agenzia Spaziale Italiana (ASI) in prima linea. L’Italia detiene la leadership scientifica della missione, con il ruolo di principal investigator affidato a Stefano Vitale, professore ordinario di Fisica sperimentale all’Università di Trento e membro del Trento Institute for Fundamental Physics and Applications (TIFPA) dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN).

Lanciata il 3 dicembre 2015 a bordo di un VEGA, dopo sei settimane di viaggio LISA Pathfinder si è stabilita in orbita intorno al punto lagrangiano L1, a 1,5 milioni di chilometri dalla Terra in direzione del Sole.

«Il satellite orbita intorno a un piano che è più o meno ortogonale alla linea che congiunge il Sole con la Terra», chiarisce Stefano Vitale. «In questo modo i pannelli solari sono sempre puntati al Sole e l’antenna è sempre puntata alla Terra. Si tratta di un’orbita molto pratica».

L’inserimento nell’orbita è avvenuto alla fine di gennaio, mentre l'1 marzo il satellite è diventato operativo. Con grande sorpresa degli scienziati l’obiettivo principale è stato raggiunto dopo il primo giorno di lavoro, quando due cubi di oro e platino sono stati posizionati nel vuoto, in «caduta libera» all’interno del satellite, con una precisione mai vista.


I due cubetti in caduta libera connessi da
un laser all'interno di LISA Pathfinder.

«Sostanzialmente, l’onda gravitazionale avvicina e allontana corpi in caduta libera messi a una certa distanza fra loro», spiega Vitale. «Se prendiamo due oggetti e li mettiamo in orbita, in caduta libera nel vuoto, quando passa l’onda gravitazionale la loro distanza subisce una variazione e le masse accelerano l’una rispetto all’altra, segnalando il passaggio dell’onda. Ma trattandosi di una variazione di distanza molto piccola, qualunque altro disturbo può simulare il passaggio dell’onda gravitazionale. Questi disturbi – continua Vitale – possono essere una forza elettrica o magnetica, oppure una collisione tra molecole, che può agitare i corpi l’uno rispetto all’altro».

LISA rivelerà le onde gravitazionali con frequenze che vanno da 1 Hz a 0.1 mHz, che in altre parole significa rivelare il passaggio di onde gravitazionali debolissime, da un centinaio a un milione di volte più deboli delle onde misurate per la prima volta con l’osservatorio terrestre LIGO (Laser Interferometer Gravitational-Wave Observatory).

Onde gravitazionali così deboli sono ancora più soggette ai rumori di fondo. «Con LISA Pathfinder abbiamo dimostrato di poter realizzare le condizioni ideali affinché questi corpi restino completamente immobili in assenza di onde gravitazionali», aggiunge Vitale. «Questo significa che nessun altro evento può spostare i due corpi l’uno rispetto all’altro ad eccezione delle onde gravitazionali, quindi non potranno verificarsi dei falsi positivi».

Nel futuro osservatorio gravitazionale, che prevede tre coppie di cubetti in tre satelliti disposti a formare un triangolo equilatero, secondo le stime i satelliti saranno distanti da 1 a 5 milioni di chilometri l’uno dall’altro e saranno connessi da raggi laser. Ogni satellite “inseguirà” le masse in caduta libera al suo interno e le manterrà, quindi, perfettamente al centro senza toccarle. «Lo stesso avviene con LISA Pathfinder, solo che abbiamo due cubetti in un solo satellite», sottolinea Vitale.

Il livello di precisione raggiunto finora è stato elevatissimo, ma esistono ancora molti fenomeni fisici, anche interessanti, che possono disturbare una massa in caduta libera. «Siamo già andati ben oltre i requisiti di LISA Pathfinder e vicini a quelli necessari alla realizzazione di LISA – sostiene lo scienziato – e quello che abbiamo pianificato di fare per i prossimi sei mesi è estendere tutte le misure fino a frequenze ancora più basse, perché più riusciamo ad andare a bassa frequenza, più potente sarà l’osservatorio gravitazionale che costruiremo».


I tre satelliti connessi da raggi laser nel
futuro osservatore gravitazionale LISA.

Gli esperimenti a bassa frequenza richiedono tempi di misura assai lunghi. Anche per questo, nei prossimi sei mesi, verranno ridotte le manovre di mantenimento dell’orbita o di station keeping. «Nelle fasi iniziali» racconta Vitale, «una volta alla settimana bisognava interrompere le misure per fare manovra. Adesso qualche manovra di station keeping la dobbiamo fare, ma molte di meno. Questo ci dà la possibilità di fare misure tranquille, in un arco di tempo molto lungo, senza interruzioni, per poter esplorare i disturbi a frequenze molto basse».

Dopo l’ultima ed eroica fase di esperimenti, verso la fine di maggio LISA Pathfinder non sarà più utile. «Useremo il carburante residuo per mandare il satellite in un’orbita solare, intorno al Sole, in modo che non rientri sulla Terra e non generi detriti spaziali», garantisce Vitale. «Le orbite come la L1 sono instabili e il satellite potrebbe anche tornare sulla Terra, quindi bisogna dargli una spinta aggiuntiva in modo da essere sicuri che entri definitivamente in orbita intorno al Sole».

A quel punto, l’ESA inizierà a lavorare alla realizzazione di LISA. «L’attuale data di lancio ricade intorno al 2033 – fa sapere Vitale – ma è probabile che si possano accorciare un po’ i tempi se consideriamo anche il grande successo della missione LISA Pathfinder e la rivelazione delle onde gravitazionali. Parliamo sempre degli anni Trenta del secolo, però la fase A del progetto LISA dovrebbe partire all’inizio dell’anno prossimo. Il bando della missione, appena emesso dall’ESA, si chiuderà entro gennaio, e intorno a marzo o aprile comincerà la fase A». Lo sviluppo di una missione spaziale richiede anni di lavoro, ricorda Vitale. Prima di tutto deve esserci una fase di studio, che per LISA inizierà sicuramente nella primavera del 2017.

Articolo pubblicato il 16 dicembre su Fly Orbit News

Immagini: ESA

mercoledì 14 dicembre 2016

Il tuffo di Cassini tra gli anelli di Saturno


Una manovra non adatta ai deboli di cuore, quella eseguita dalla sonda Cassini il 4 dicembre. La navicella ha infatti sfiorato il bordo più esterno degli anelli di Saturno, il pianeta intorno al quale orbita dal 2004. Si tratta della prima di una serie di manovre che si concluderanno tra circa un anno con un Grand Finale, quando la sonda si tufferà per sempre nell’atmosfera del gigante gassoso.

Cassini, la cui missione si svolge in collaborazione tra NASA, Agenzia Spaziale Europea (ESA) e Agenzia Spaziale Italiana (ASI), ha attraversato il piano degli anelli di Saturno più o meno in corrispondenza di un anello sbiadito, e poco luminoso, formato dai piccoli satelliti Giano – anche noto come Saturno X – ed Epimeteo – o Saturno XI. Questa regione si trova tra gli anelli esterni F e G, a circa 91 mila chilometri dalla superficie di Saturno.

«Ci sono voluti anni di programmazione, ma ora siamo arrivati finalmente lì dove volevamo», ha detto Linda Spilker, project scientist della missione Cassini al Jet Propulsion Laboratory della NASA. «Tutto il team della missione è ansioso di elaborare i dati che arriveranno durante le ultime orbite della sonda vicino agli anelli. Si prospetta un viaggio davvero emozionante».

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Immagine: NASA

giovedì 8 dicembre 2016

Perché andare su Marte


Tra robot, sonde e spedizioni umane, non si è mai parlato di missioni su Marte come adesso. Ma perché, dall’Agenzia Spaziale Europea (ESA) alla NASA, fino alle agenzie spaziali private come SpaceX, sembra che tutti vogliano andare sul Pianeta Rosso? I motivi ce li spiega punto per punto Giacomo Carrozzo dell’Istituto di Astrofisica e Planetologia Spaziali (IAPS) dell'Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF).

Quali sono gli interessi scientifici dell’andare su Marte, sia con le sonde che con i robot?

Le tante missioni robotiche inviate su Marte si prefiggono numerosi obiettivi scientifici, tutti utili a caratterizzare il clima presente e passato di Marte. Alcuni obiettivi sono ormai stati raggiunti, come la conoscenza della composizione atmosferica, altri devono ancora avere una risposta, penso in particolare alla sorgente del gas metano in atmosfera, forse di origine biologica. Le moderne sonde oramai si prefiggono di scendere nel dettaglio delle problematiche. Abbiamo mappato l’intero pianeta a una risoluzione di pochi centimetri e siamo in grado di vedere dettagli molto piccoli. Stiamo iniziando a studiare singole regioni alla ricerca delle aree di maggiore interesse dove poter effettuare analisi più dettagliate, magari inviando le future sonde. Questo significa addentrarsi nella storia geologica e del clima del pianeta per scoprire come, quando e perché Marte ha subito profondi cambiamenti per diventare quello che osserviamo oggi. In definitiva, molti quesiti sono ancora aperti. Per quanto tempo Marte ha avuto acqua liquida in superficie? C’è mai stata la vita? Possiamo portare degli esseri umani sulla superficie? Per dare delle risposte a questi quesiti dobbiamo inviare sonde sempre più sofisticate in grado di lavorare e compiere esperimenti con sempre maggiore autonomia.

Che cosa spinge le agenzie spaziali a voler mandare su Marte uomini in carne e ossa?

Portare degli astronauti è fondamentale se si vogliono effettuare esperimenti che al momento un robot non è in grado di fare. Sono sicuro che con il tempo questo sarà sempre più necessario. Lo sviluppo di avanzate tecnologie come la realtà virtuale e le mani robotiche (questo avviene già in campo medico) ci aiuterà a compiere operazioni più sofisticate, ma il ritardo nelle comunicazioni dovuto all’enorme distanza fra la Terra e Marte (circa 40 minuti) è un limite invalicabile che pone delle forti restrizioni. Solo la presenza in loco di un astronauta può sopperire ai mille imprevisti che possono verificarsi e risolverli in tempo reale. Da questo punto di vista le ultime amministrazioni americane stanno ribadendo la volontà di portare degli uomini entro il 2030 sul Pianeta Rosso, ma personalmente credo sia troppo presto, è più plausibile possa avvenire a margine del decennio successivo. Chiaramente condurre degli uomini sulla superficie marziana, assicurargli una permanenza di qualche mese e riportarli indietro a casa sani e salvi non è cosa banale, richiede una ingente quantità di denaro e lo sviluppo di una tecnologia sicura. Parliamo di una missione della durata di almeno un paio d’anni, la più lunga che sia mai stata concepita. Al di là delle necessità materiali, comunque, il fascino e la sfida che stuzzicano l’uomo a superare i propri limiti sono il vero motore che lo porterà sempre a compiere grandi imprese, e quella di atterrare sul suolo di un altro corpo planetario è una di queste.

La ricerca di forme di vita è davvero tra gli obiettivi principali?

È un imperativo. La ricerca di vita al di fuori del nostro pianeta è da decenni l’obiettivo principale delle agenzie spaziali. L’ormai celebre motto “follow the water” coniato dalla NASA è un modo per dire segui l’acqua perché è lì che puoi trovare la vita. Negli ultimi decenni di esplorazioni abbiamo imparato molto sui vari corpi del Sistema Solare, e alcuni di essi sono degli ottimi candidati per la ricerca di forme di vita esistenti o esistite. Su Marte, in particolare, un tempo scorrevano fiumi, forse erano presenti laghi e addirittura un oceano. Il clima più caldo e la presenza di un’atmosfera potevano garantire una protezione e un ambiente utile alla nascita e al proliferare della vita. Oggi Marte è un pianeta arido e secco, continuamente bombardato dalle pericolose radiazioni provenienti dallo spazio che lo rendono un pianeta inospitale. Tuttavia se la vita è mai esistita da qualche parte, è proprio lì che possiamo cercarla. C’è un grosso vantaggio rispetto alla Terra, ovvero l’assenza di una tettonica a placche significativa. Questo significa che la superficie non è continuamente rimescolata come sulla Terra, dove vengono cancellate le tracce fossili di eventuali esseri viventi che invece, se esistono su Marte, stanno solo aspettando di essere individuate.

La corsa verso Marte sembra quella degli anni Sessanta verso la Luna: tutti vogliono andarci, e ognuno vuole farlo prima e meglio degli altri. Quindi viene da chiedere quali siano gli interessi industriali, ma anche politici, dietro alle missioni marziane.

Siamo ancora molto lontani dall’atmosfera che si respirava nei corridoi delle università, agenzie spaziali e istituti di ricerca di quegli anni. Credo che quegli anni non torneranno mai più, perché viviamo in un’epoca completamente diversa. Ciò non toglie che si possano e debbano fare ancora grandi imprese. In questo gli interessi privati giocheranno un ruolo fondamentale, un processo che peraltro è già iniziato. Aziende private, in modo del tutto autonomo sebbene con il supporto della NASA, stanno iniziando a muovere i primi passi in questo campo. Ma non credo che Marte sia già appetibile per i privati. È troppo difficile e dispendioso arrivarci, almeno per il momento. Piuttosto gli interessi delle aziende si rivolgono verso altri ambiti, come quello turistico e di sfruttamento delle risorse presenti sulla Luna e sugli asteroidi.

Perché tante attenzioni verso Marte e non verso altri corpi del Sistema Solare? Per esempio viene da pensare a Europa, un satellite dove ci sarebbero più speranze di trovare la vita.

In realtà questo non è propriamente vero. Altri corpi come Encelado, Titano e il citato Europa suscitano grande interesse nella comunità scientifica. Tutti hanno però un grosso problema: sono difficili da raggiungere. Con la tecnologia attuale impieghiamo molti anni per raggiungerli. Se poi a questi anni si aggiunge il tempo necessario a ideare, progettare e realizzare le sonde nonché ad analizzare i dati si comprende facilmente il perché delle attenzioni rivolte al pianeta più vicino a noi. Tutte le lune che ho citato, quindi Encelado, Titano ed Europa, sono incredibilmente affascinanti e riservano dei segreti che ancora oggi stentiamo a svelare. Speriamo che in futuro la tecnologia ci riserbi delle sorprese permettendoci di raggiungerle in molto meno tempo.

Immagine: NASA

martedì 29 novembre 2016

Swift: da dove vengono i raggi gamma?


Pochi ne parlano, tutti lo vogliono. È il satellite Swift, realizzato dalla NASA in collaborazione con Italia e Regno Unito, a cui dal 2004 è stato affidato l’arduo compito di studiare i misteriosi lampi di raggi gamma, o gamma-ray burts. Ma oltre a questo, Swift fa un mucchio di altre cose e collabora con numerose missioni, perché la sua velocità di puntamento e la capacità di analisi fanno gola a molte ricerche, non ultima quella sulle onde gravitazionali. 

I raggi gamma sono stati osservati per la prima volta da satelliti militari statunitensi nel 1967. All’epoca si era in piena Guerra Fredda e gli scopritori temettero che provenissero da test eseguiti dall’Unione Sovietica. Quindi, finché non capirono che non si trattava di qualcosa di pericoloso non avvisarono nemmeno la comunità scientifica.

Queste onde elettromagnetiche sono potentissime, oscurano anche il Sole. All’inizio si pensava che fossero interne all’atmosfera per quanto fossero energetiche, invece poi, grazie ai satelliti, si è scoperto che erano addirittura di provenienza extragalattica. Provengono appunto dalle esplosioni di raggi gamma, o gamma-ray burst, che sono più potenti persino delle supernove, anzi sono le esplosioni più forti in assoluto nell’Universo dopo il Big Bang.

I raggi gamma sono sprigionati da particelle accelerate che impattano tra loro fin quasi alla velocità della luce. Non è facile osservarli perché la loro direzione è concentrata in getti, non è isotropa come la luce del Sole, che viene cioè emessa in tutte le direzioni. Quindi per osservare i raggi gamma è necessario che l’angolo di vista di un telescopio sia allineato con i getti.

Tutto questo, e molto altro, ce l’ha spiegato Donatella Cea, ricercatrice presso la missione Swift nel quartier generale della NASA, a Washington.

Che cosa potrebbe nascondersi dietro ai lampi gamma?

Al momento esistono due modelli scientifici molto accreditati che descrivono i gamma-ray burst. Un modello prevede che i lampi gamma siano generati da una stella molto massiccia, la quale collassa generando un buco nero. Successivamente si forma un disco di materiale intorno al buco nero dal quale si generano dei getti di luce gamma lungo l’asse rotazionale dell’oggetto.
Un altro modello che spiega le esplosioni di raggi gamma prevede la coalescenza di un sistema binario stretto, cioè di due stelle di neutroni, una stella di neutroni e un buco nero, o due buchi neri. Secondo il modello, questi due oggetti molto compatti orbitano l’uno intorno all’altro e la loro distanza diminuisce sempre di più fino a quando non coalescono, non si uniscono, generando un nuovo buco nero che emette raggi gamma. Questo modello è molto attuale in quanto si pensa che quando il sistema binario coalesce, cioè si avvicina pian piano fino alla fusione, increspa lo spaziotempo generando anche le onde gravitazionali.

Qual è il ruolo di Swift nello studio delle onde gravitazionali?

Lo scorso febbraio, e poi a giugno, sono state rivelate delle onde gravitazionali. La loro osservazione ha confermato le teorie di Einstein, però ora manca da sapere bene qual è il sistema che le genera. Per fare questo sarebbe necessario osservare la controparte elettromagnetica, cioè un segnale che non sia gravitazionale ma dato da fotoni e altre onde elettromagnetiche.
Ed è qui che entra in gioco Swift: attraverso il satellite è possibile ricercare l’origine delle onde gravitazionali. Si pensa che i lampi gamma siano una sorta di “spia luminosa” del sistema che genera le onde gravitazionali, quindi l’idea è che attraverso i gamma-ray burst si possano identificare, e studiare, le fonti delle onde gravitazionali già rivelate. Swift può dare una grossa mano in tal senso, anche se l’esistenza della controparte elettromagnetica negli eventi che generano le onde gravitazionali non è stata ancora dimostrata appieno. Ma potrebbe dimostrarlo Swift.

È possibile agire al contrario? Cioè osservare un lampo gamma e poi cercare le onde gravitazionali emesse da quell’evento?

Questo non si può fare perché l’onda gravitazionale è data dall’avvicinarsi progressivo di un sistema binario, di due stelle di neutroni o buchi neri che ruotano tra loro, quindi è un fenomeno precedente alle esplosioni di raggi gamma. Quando viene osservato il lampo gamma l’esplosione, quindi l’unione di stelle di neutroni o buchi neri, c’è già stata, e le onde gravitazionali si sono propagate. Comunque, siccome i tempi sono ristretti tra un evento e l’altro, è molto importante, una volta che viene rivelata un’onda gravitazionale, puntare tutti i satelliti attrezzati verso quella zona di cielo per cercare di vedere le controparti elettromagnetiche e capire qualcosa di più in merito alla sorgente.

In che modo Swift può eseguire le sue indagini?

Swift è da sempre una missione chiave per i raggi gamma perché i lampi gamma sono rapidissimi, durano da qualche millisecondo a massimo una decina di minuti, ed è quindi importante puntare velocemente i telescopi verso la sorgente. Swift è grandioso da questo punto di vista, in quanto è stato costruito in maniera da avere un rapidissimo puntamento automatico del telescopio. Entro tre minuti, Swift è in grado di ruotare e puntare la regione di cielo in cui è avvenuta l’esplosione.
A bordo del satellite ci sono tre strumenti. Uno di questi rivela i raggi gamma, e si definisce «a grande campo» perché monitora una grande zona di cielo. Quando viene rivelato un raggio gamma, questo strumento è in grado di far ruotare il puntatore in modo che gli altri due strumenti di bordo, che vedono nei raggi X e nell’ottico, siano puntati verso la sorgente. Infatti per studiare le sorgenti di raggi gamma non è sufficiente osservare solamente la banda gamma, ma è necessario anche osservare la controparte fatta di raggi X e luce visibile perché queste altre informazioni permettono di misurare la distanza della sorgente e avere altre informazioni su di essa. I tre  telescopi a bordo di Swift si chiamano rispettivamente BAT (Burst Alert Telescope), XRT (X-ray Telescope) e UVOT (UV/Optical Telescope). BAT rivela i raggi gamma, XRT i raggi X e UVOT osserva nell’ultravioletto e nell’ottico.

Qual è il ruolo di Swift nelle numerose ricerche e missioni con le quali collabora?

La missione più complementare è quella del telescopio spaziale Fermi, l’altra missione che studia i gamma-ray burst. Le collaborazioni di Swift sono davvero tante, e tra queste figurano il Chandra X-ray Observatory e il telescopio spaziale Hubble, però il modo in cui Swift collabora con la missione Fermi è particolarmente indicativo. Come si è detto in precedenza, per osservare i lampi gamma c’è bisogno di telescopi che possano monitorare un’ampia zona di cielo. Fermi ha uno strumento che si chiama LAT (Large Area Telescope) e vede una grandissima zona di cielo. Quando il LAT osserva un presunto lampo gamma invia un segnale di allerta a Swift che, grazie al suo velocissimo puntatore, si gira e osserva la zona identificata. La morale della favola è che quando viene scoperta una sorgente ad alta energia non spiegabile, la cui origine non è chiara, il primo strumento che interviene è Swift perché la sua velocità e i suoi strumenti di analisi sono molto richiesti.

Perché è importante studiare le esplosioni di raggi gamma?

C’è una doppia rilevanza. Una è quella di capire meglio la fisica dei buchi neri, gli oggetti più misteriosi dell’Universo. Più in generale, però, la missione contribuisce anche a rispondere a una grande domanda della fisica in merito al Modello Standard, la teoria che descrive l’Universo. Sto parlando del famigerato «problema dei barioni mancanti»: i nostri modelli prevedono che a formare la materia del Cosmo ci sia un certo numero di barioni – un tipo di particelle subatomiche – anche se poi i conti non tornano. In questo i gamma-ray burst  sono fondamentali perché, riuscendo a essere visti a distanze grandissime, fanno come da faro “illuminando” le strutture cosmiche e permettendo, in tal modo, di fare una diagnosi del materiale che costituisce l’Universo.
Il caso dei barioni mancanti è emblematico. Per descrivere l’Universo utilizziamo quello che si definisce il Modello Cosmologico Standard, secondo il quale l’Universo è costituito per una percentuale di materia oscura, di energia oscura e di materia barionica, cioè la materia ordinaria, di cui sono costituite le stelle e i pianeti. La teoria ci dice che dovrebbe esserci nel Cosmo una certa percentuale di materia barionica che però, di fatto, non osserviamo nella proporzione prevista. C’è quindi una discrepanza tra il modello, cioè la teoria, e l’osservazione. L’idea più accreditata è che questa materia sia racchiusa nel WHIM (Warm-Hot Intergalactic Medium), composto da filamenti di materiale in cui si concentrerebbe la materia barionica. Il problema è che risulta assai difficile osservare il WHIM, e i raggi gamma possono essere di grande aiuto. Con le loro esplosioni, i gamma-ray burst illuminano questi filamenti cosmici permettendo di esaminarli con la tecnica della spettroscopia.

Può spiegare l’importanza delle missioni spaziali come Swift anche ai non addetti ai lavori?

La fisica viene fatta nei laboratori, e tutti noi sappiamo che c’è bisogno di laboratori per fare esperimenti che dimostrino le teorie della fisica e ci permettano, quindi, di capire meglio le leggi che regolano il mondo in cui viviamo. Ecco, l’Universo è il laboratorio per eccellenza, il laboratorio fondamentale. Lì avvengono eventi a livelli di energia che non sono riproducibili sulla Terra. Osservando questi eventi possiamo testare tutti i nostri modelli, possiamo capire meglio la fisica intorno a noi. Capire come l’Universo riesce a produrre certe energie può aiutare anche nella vita quotidiana, nel senso che si potrebbe capire come poter utilizzare determinati processi nella vita quotidiana ma, soprattutto, nello sviluppo tecnologico.
In altre parole, studiare l’Universo è un modo davvero unico per testare i modelli della fisica, e la fisica è alla base di una serie di apparecchi e di invenzioni che possiamo toccare con mano tutti noi. Ogni evento che studiamo nell’Universo è un laboratorio di fisica. Inoltre ogni volta che andiamo alla ricerca di qualcosa nello spazio abbiamo bisogno di un grandissimo sviluppo tecnologico, e ogni sviluppo tecnologico ha un suo riscontro nelle tecnologie che usiamo nella vita quotidiana.

Via Fly Orbit News

Immagine: NASA

martedì 25 ottobre 2016

Quelle strane esplosioni di energia in due galassie lontane


Un gruppo di scienziati ha setacciato più di dieci anni di dati raccolti dal Chandra X-ray Observatory e ha scoperto stelle che sopravvivono a rapide e immense esplosioni di energia. Non esistono casi simili nella nostra galassia, dove invece le stelle vengono distrutte alle stesse condizioni.

Jimmy Irwin, professore di fisica e astronomia alla University of Alabama, insieme a tre ricercatori ha osservato sei casi di massicce esplosioni di energia in quelle che sembrano due stelle binarie a raggi X. Invece di andare distrutte, le stelle in questione hanno raggiunto un picco di energia solo per tornare nel giro di un’ora allo stato iniziale. Irwin e colleghi hanno pubblicato su Nature i dettagli dell’inspiegabile scoperta.

In base al picco di energia raggiunto dalle esplosioni, gli astronomi le definirebbero come ULXs (Ultraluminous X-ray sources), ma la dinamica degli eventi non corrisponde a nessun fenomeno cosmico conosciuto.

mercoledì 19 ottobre 2016

I futuri marziani faranno da sé


Al Kennedy Space Center della NASA stanno sviluppando sistemi per sfruttare le risorse disponibili nel Sistema Solare affinché le missioni pionieristiche, come l’atterraggio di uomini su Marte, siano indipendenti dalla Terra.

Complessivamente la pratica è chiamata in-situ resource utilization (ISRU), “utilizzo delle risorse sul posto”. Il concetto si basa sul trattamento dei materiali presenti su corpi e pianeti come gli asteroidi, la Luna e lo stesso Marte, per convertirli ad esempio in materiali da costruzione o in carburante utile per i viaggi di ritorno verso la Terra. I pionieri dello spazio dovranno essere il più possibile indipendenti dalla Terra, sia per poter rimanere a lungo in un luogo ostile e isolato, sia perché sarebbe fisicamente ed economicamente impossibile fornire tutto l’occorrente necessario. Insomma, in generale i futuri colonizzatori avranno bisogno di produrre da soli la propria energia.

Una missione sul Pianeta Rosso occuperebbe da sei a nove mesi di viaggio, sia all’andata che al ritorno, più il tempo da spendere sulla superficie di Marte. Affinché non siano richieste frequenti missioni di rifornimento, è importante, anzi fondamentale che siano usate le risorse presenti sul posto.

venerdì 7 ottobre 2016

Getti di vapore su Europa


Sul satellite gioviano Europa ci potrebbero essere sbuffi di vapore acqueo provenienti dall’oceano nascosto sotto la superficie di ghiaccio. L’annuncio è arrivato durante una conferenza in diretta streaming della NASA.

La scoperta è stata possibile grazie ai dati forniti dal Telescopio Spaziale Hubble, con il quale gli astronomi della NASA hanno ottenuto immagini di dettaglio che sembrano mostrare sbuffi di vapore dalla superficie della luna. Inoltre, se i dati venissero confermati, le future missioni a caccia di vita sul satellite potrebbero essere più facili del previsto perché non sarebbe necessario raccogliere campioni in profondità.

Europa è ricoperto da uno strato di ghiaccio spesso diverse migliaia di chilometri, sotto il quale si nasconderebbe un oceano con un volume doppio rispetto all’acqua contenuta sulla Terra. La NASA ha sempre pensato che le future missioni alla ricerca di vita sul satellite dovrebbero perforare la crosta prima di prelevare un campione, ma la notizia delle “fontane” di vapore provenienti dall’oceano suggerisce che il lavoro potrebbe essere più facile del previsto.

Infatti i dati dell’Hubble incentivano le speranze di raccogliere un campione dell’oceano in superficie senza la necessità di  trapanare il ghiaccio.

«L’oceano di Europa è considerato dagli scienziati il luogo più promettente tra quelli che potrebbero ospitare la vita nel Sistema Solare», ha dichiarato Geoff Yoder, membro del NASA’s Science Mission Directorate a Washinghton. «E questi spruzzi, se esistono davvero, fornirebbero un altro modo per raccogliere il materiale presente sotto lo strato di ghiaccio», ha aggiunto.

Gli scienziati hanno stimato la lunghezza dei getti di vapore intorno ai 200 chilometri. E presumono che gli spruzzi portino con sé anche materiale solido che verrebbe schizzato in alto e precipiterebbe sulla superficie.

La scoperta delle fontane di vapore è opera di un gruppo di ricerca guidato da William Sparks dello Space Telescope Science Institute (STScI) di Baltimora. I ricercatori hanno focalizzato l’attenzione su alcune proiezioni mentre osservavano la superficie di Europa durante i suoi passaggi davanti a Giove.

Inizialmente Sparks e colleghi hanno voluto verificare se Europa possedesse o meno una propria atmosfera. Per saggiare la loro ipotesi hanno quindi usato un metodo standard, che viene normalmente applicato per individuare tracce atmosferiche su pianeti extrasolari in orbita attorno alle loro stelle. «L’atmosfera di un pianeta extrasolare blocca parte della luce che proviene dalla stella che sta dietro di esso» ha spiegato Sparks.

«Se ci fosse stato un sottile strato atmosferico intorno a Europa, avrebbe in questo caso bloccato una frazione della luce di Giove dietro al satellite. Noi stavamo appunto cercando segni di questo assorbimento della luce lungo il bordo di Europa mentre la luna transitava davanti al suo pianeta», ha detto. In questo caso Giove è stato usato come stella, ma invece dell’atmosfera di Europa ha mostrato la possibile presenza degli spruzzi di vapore.

Comunque, nessuno degli scienziati presenti alla conferenza si è sentito di confermare con assoluta certezza la presenza delle fontane di vapore. E tutti hanno concordato sul fatto che non sia possibile ottenere immagini vere e proprie di questi fenomeni. Ma ognuno ha garantito che il James Webb Telescope della NASA (in collaborazione con l’ESA), un enorme telescopio agli infrarossi che sarà lanciato nell’ottobre del 2018 con un Ariane 5 dalla Guiana Francese, sarà in grado di fornire probabilmente la prova dell’esistenza o meno degli spruzzi d’acqua. A quel punto si potrà progettare una missione che raccoglierà un campione su Europa e ci dirà se il satellite ospita o meno la vita.

Articolo pubblicato il 27 settembre su Fly Orbit News

Immagine: ricostruzione della NASA della vista dalla superficie di Europa: a destra Giove, a sinistra il Sole

mercoledì 28 settembre 2016

Come andare su Marte con la realtà virtuale


Passeranno anni prima che gli astronauti metteranno piede su Marte. Ma presto i fortunati visitatori del Kennedy Space Center Visitor Complex in Florida potranno avere un assaggio più che realistico di quello che vedranno i pionieri del Pianeta Rosso.

Il 18 settembre si è svolta un’anteprima dedicata alla stampa della mostra Destination Mars, un viaggio virtuale su Marte che sarà aperto al pubblico dal giorno 1 gennaio 2017. All’inizio dello scorso aprile era invece stata annunciata l’apertura per l’estate.

Destination Mars è un’esperienza di realtà mescolata messa a punto dal Jet Propulsion Laboratory della NASA e dalla Microsoft HoloLens. All’interno della mostra i visitatori si immergeranno in una realtà virtuale costruita con le vere immagini del rover Curiosity. Il termine realtà mescolata si riferisce alla peculiarità dell’esibizione: gli elementi virtuali interagiscono con l’ambiente reale intorno ai visitatori per illuderli di stare veramente su Marte.

Chi avrà la fortuna di pagare il biglietto e indossare i visori HoloLens vedrà apparire gli ologrammi di Buzz Aldrin, astronauta dell’Apollo 11 che ha messo piede sulla Luna, ed Erisa Hines, la manovratrice di Curiosity. I due scienziati guideranno i viaggiatori attraverso il territorio marziano e offriranno loro una prospettiva delle future colonie spaziali.



Le parole di Aldrin all’incontro con la stampa hanno alzato l’entusiasmo e la curiosità: «I visori con tecnologia HoloLens ci guideranno ancora una volta verso le stelle. La mia speranza è che un progetto come Destination Mars possa continuare a ispirarci nell’esplorazione dello spazio». Così come lo sbarco sulla Luna ha ispirato generazioni di scienziati, sostiene l’astronauta, anche l’atterraggio umano su Marte darebbe una grande spinta in avanti alla ricerca aerospaziale.

Ma Destination Mars non è solo un giocattolo per turisti.  È infatti un’estensione al pubblico di una tecnologia chiamata OnSight, già abbondantemente usata dagli scienziati per studiare la superficie marziana. Usando i visori HoloLens gli ricercatori di tutto il mondo possono osservare la geografia di Marte con occhi nuovi, contribuendo a programmare i futuri piani esplorativi di Curiosity.

Articolo pubblicato il 21 settembre su Fly Orbit News

lunedì 19 settembre 2016

Il caso della luna "paonazza" di Plutone


La macchia rossa osservata al polo nord di Caronte, la più grande luna di Plutone, è dovuta al flusso di metano che dall’atmosfera del pianeta nano si riversa sul satellite. Ma risolto questo mistero ne è arrivato subito un altro: non si capisce perché Plutone emetta raggi X.

Era il mese di giugno 2015 quando la sonda NASA New Horizons catturò un’immagine ad alta risoluzione di Caronte. La foto, realizzata grazie alla Ralph/Multispectral Visual Imaging Camera (MVIC) a bordo della sonda, mostrava un’inspiegabile macchia rossa nel polo nord del satellite. Ora il mistero è stato svelato: la risposta risiede nel flusso di metano. Il gas viaggia dal piccolo pianeta fino alla luna, si deposita come ghiaccio ai poli, e in un secondo momento viene convertito in sostanze di colore rosso dai raggi solari.


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Immagine: NASA/JHUAPL/SwRI

mercoledì 7 settembre 2016

OSIRIS-REx: all'asteroide e poi a casa

OSIRIS-REx: missione su Bennu

Domani (lancio riuscito alle 1:05 ora italiana del 9 settembre) la sonda OSIRIS-REx comincerà il suo lungo viaggio di andata e ritorno verso l'asteroide Bennu. Lo spacecraft della NASA, il terzo del programma New Frontiers (dopo New Horizons e JUNO), arriverà a destinazione nel 2018 e tornerà a casa con un frammento di circa 60 grammi cinque anni più tardi, nel 2023. Il primo obiettivo della missione è quello di indagare sull’origine dei pianeti e, in particolare, della vita sulla Terra perché gli asteroidi sono dei veri e propri reperti risalenti alla nascita del Sistema Solare. L’altro scopo di OSIRIS-REx è lo studio degli asteroidi che possono andare in rotta di collisione verso la Terra.

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Credit immagine: NASA

giovedì 4 agosto 2016

Tutto pronto per il lancio del telescopio spaziale TESS


Il Transiting Exoplanet Survey Satellite (TESS) della NASA è pronto a cercare nuove terre vicino casa. Il telescopio spaziale sarà lanciato nel 2017 (o nel 2018) da un Falcon 9 di SpaceX e avrà il compito di individuare esopianeti in orbita intorno alle più brillanti stelle nei pressi del nostro sistema solare. Lo farà usando l’ormai famoso metodo del transito: quando un oggetto planetario passa davanti alla sua stella la oscura parzialmente in un modo caratteristico di ogni tipo di pianeta.

Esattamente come Kepler, TESS misurerà questi abbassamenti di luminosità per individuare gli obiettivi e fornire agli scienziati alcune delle loro caratteristiche. Il TESS sarà capace di comprendere la dimensione e il periodo orbitale dei pianeti osservati, due fattori critici nel valutare se un pianeta sia o meno capace di ospitare la vita. Mentre la missione Kepler della Nasa punta lo sguardo lontano, a migliaia di anni luce dalla Terra, verso la costellazione Cygnus, il TESS focalizzerà l’attenzione in un raggio visivo nettamente inferiore.

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Credit immagine: Nasa's Goddard Space Flight

martedì 5 luglio 2016

Juno e l'Italia: a love story

Juno e l'Italia: intervista a Luciano Iess

La sonda Juno è finalmente entrata nell’orbita di Giove. Dopo 5 anni di viaggio e quasi 600 milioni di chilometri percorsi, Juno è pronta per la sua missione di 20 mesi intorno al gigante gassoso. Tutto finirà nel febbraio del 2018 dopo una serie di 37 orbite intorno al pianeta, durante le quali Juno si avvicinerà a Giove più di ogni altra sonda precedente. Ma quali sono gli obiettivi della missione? E perché l’Italia gioca un ruolo determinante?

Ne abbiamo parlato con Luciano Iess dell’Università La Sapienza di Roma, Co-Investigator della missione e responsabile scientifico di KaTS, uno degli strumenti italiani a bordo della sonda.


Professore, che cosa andiamo a fare su Giove?

Giove è il più grande pianeta del sistema solare, ed è quello che ha condizionato maggiormente il suo processo di formazione e di evoluzione. JUNO ha come scopo scientifico primario la determinazione della struttura interna del pianeta e della sua circolazione atmosferica.

Quindi quali saranno i compiti di JUNO?

La sonda osserverà come varia la densità dal centro del pianeta verso gli strati più esterni, e in questo modo potrà chiarire come Giove si sia formato e poi evoluto. Poi la sonda dovrà verificare se esiste un nucleo composto da silicati, ossia dagli stessi elementi che compongono la crosta terrestre. In caso affermativo, dovrà quantificare la massa del nucleo. Giove ha una massa 372 volte maggiore della Terra ed è composto quasi esclusivamente di idrogeno ed elio, ma potrebbe ospitare al suo centro un nucleo di elementi più pesanti, con una massa venti volte superiore a quella terrestre. Conoscere la massa del nucleo permetterebbe di chiarire molti dettagli sulla formazione del pianeta e del sistema solare.

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Credits immagine: Nasa

sabato 25 giugno 2016

Il più giovane esopianeta conosciuto


Si chiama K2-33b ed è come un figlio per gli astronomi che l’hanno scoperto e per quelli che lo vedranno crescere da oggi in avanti. Il più giovane pianeta neoformato mai conosciuto, che orbita intorno a una stella lontana 500 anni luce dalla Terra, è stato scoperto pochi giorni fa da un gruppo di ricerca internazionale. I risultati completi dell’osservazione sono stati pubblicati su Nature e fanno ben sperare gli scienziati: l’analisi di K2-33b potrebbe far compiere un salto in avanti all’astronomia, aiutando a capire meglio il modo in cui si formano ed evolvono i pianeti nella Via Lattea.

Il giovane esopianeta è stato scoperto dagli scienziati usando il Telescopio Spaziale Kepler della NASA nel corso della missione K2. Il metodo è lo stesso con il quale fino a oggi il telescopio ha scoperto migliaia di esopianeti: il corpo celeste è stato identificato per i passaggi regolari davanti alla sua stella, oscurata parzialmente a intervalli di tempo tipici di un corpo celeste orbitante.

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mercoledì 15 giugno 2016

Conoscere le sabbie di Marte per le missioni sul campo


Dopo decenni passati nel tentativo di comprendere, attraverso le immagini delle sonde, la natura stagionale delle tempeste di sabbia su Marte, i primi risultati sono arrivati misurando le temperature atmosferiche del Pianeta Rosso. La ricerca di riferimento, guidata da David Kass del Jet Propulsion Laboratoty (JPL) della NASA, è stata pubblicata il 7 giugno sulla rivista Geophysical Research Letters. La scoperta getta le basi per le future missioni sul campo (siano esse di SpaceX o della NASA), che si rivelerebbero quindi meno vulnerabili ai capricci delle tempeste nell’ottica di previsioni meteorologiche più accurate.

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