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venerdì 21 luglio 2017

Urania Millemondi 78: Progetto Giove. Tre romanzi di Fredric Brown

Non è troppo tardi per segnalare l'uscita in edicola del libro più maturo di Fredric Brown: Progetto Giove. Il romanzo fa parte di un tris di romanzi completi dell'autore raggruppati in un unico volume argentato, l'Urania Millemondi numero 78. Al suo interno anche un altro romanzo di fantascienza, Gli strani suicidi di Bartlesville, e un giallo dal titolo Uno strano cliente. L'ultimo romanzo è un giallo tendente al bizzarro, in perfetto stile Fredric Brown, l'autore più venduto da Urania insieme ad Arthur C. Clarke. Per accaparrarsi il volume c'è tempo fino alla fine di luglio. In alternativa la Mondadori mette a disposizione l'ebook a tempo indeterminato sugli store online.


PROGETTO GIOVE

Il romanzo di Fredric Brown (1906-1972) dal titolo Progetto Giove vide la luce nel 1953 ed è la storia di Max Andrews, un tecnico dei razzi che all'età di cinquantasette anni sogna di vedere l'uomo su Giove dopo il già effettuato sbarco sulla Luna. Max Andrews è un ex astronauta che ha dovuto interrompere la sua carriera a causa di un grave infortunio. Sogna le stelle ed ha la volontà e la determinazione per far compiere alla specie umana un piccolo passo verso di esse, e quel piccolo passo si chiama Giove. Max si muoverà sia dal punto di vista politico che tecnico per raggiungere il suo obiettivo. Il primo passo del suo piano è quello di far approvare il progetto al governo americano, e il secondo passo prevede che sia lui stesso a guidare il progetto. Max è un uomo che non crede nelle barriere (fisiche o concettuali), un uomo a cui la relatività «fa arrabbiare perché cerca di porre dei limiti» alla velocità dei razzi spaziali. 

Progetto Giove è la storia di una nuova era spaziale alle porte, in cui l'umanità, spinta dal bisogno di rivalsa dell'ex astronauta Max Andrews, torna a esplorare lo spazio dopo un lungo periodo di sonnolenza.

GLI STRANI SUICIDI DI BARTLESVILLE

In una piccola cittadina americana si susseguono alcuni suicidi ravvicinati e apparentemente inspiegabili. La polizia tende ad archiviare subito il caso, ma la provvidenza ha voluto che un cane si suicidasse lanciandosi sotto la macchina di uno scienziato capitato lì per passare le vacanze. Lo spirito di ricerca di quell'uomo lo spingerà a indagare sulla misteriosa serie di suicidi. 

Una curiosità del romanzo è che la causa dei suicidi misteriosi viene svelata sin dalle prime pagine. Il lettore sa, mentre i personaggi sono all'oscuro di tutto. Anche per questo motivo, ma non solo, viene fuori una storia tutto sommato divertente, anche se Gli strani suicidi di Bartlesville non è certo l'opera più simpatica dell'autore.

martedì 20 settembre 2016

Arthur C. Clarke: Polvere di Luna

Polvere di Luna è un romanzo di Arthur C. Clarke pubblicato nel 1961, circa otto anni prima dello sbarco sulla Luna. 

Nei primi anni Sessanta la conoscenza del nostro satellite non era ai livelli di oggi. Clarke ha quindi immaginato liberamente che vi fossero grandi mari sabbiosi fatti di una sabbia quasi liquida, sottile come lo zucchero a velo.

Su uno di questi mari, il Mar della Sete, naviga un battello speciale, un incrocio tra un’astronave e una nave vera e propria. Il battello offre giri turistici ai villeggianti della Terra, soprattutto, che pagano profumatamente per godersi una crociera estrema. 

Anche stavolta il tour sembra come tutti gli altri: bello, rilassante, meraviglioso. Ma un imprevisto di tipo geologico, una specie di lunamoto, fa affondare la nave nella sabbia. Da quel momento la vita dei passeggeri è appesa a un filo. Ai membri dell'equipaggio non resta che allungare il più possibile la loro sopravvivenza in attesa che qualcuno li trovi e gli porti il dovuto soccorso.

Non ci sono alieni sul satellite, e Clarke non si è sbilanciato a immaginare cose e situazioni troppo inventate. Ha cercato invece di creare una storia che, per quanto fantasiosa e lontana da venire, si mantiene credibile. Polvere di Luna altro non è che il tentativo di salvataggio di un battello disperso, dove l'aspetto tecnico-scientifico dell’opera è essenziale per la riuscita del romanzo. È infatti la giusta accoppiata tra il credibile e l'incredibile a rendere interessante la lettura del libro.  


F A

venerdì 10 giugno 2016

Ebook Urania: i più venduti sono Clarke e Brown


La classifica degli ebook più venduti nella collana Urania e consorelle, cioè Urania Collezione, Urania Horror, Millemondi e Jumbo, è guidata dai libri di Arthur C. Clarke e Fredric Brown. Lo ha annunciato Franco Forte - editor dei Gialli Mondadori, Segretissimo e, appunto, Urania - dal suo profilo Facebook.

«Interessante vedere - ha scritto Forte - come un italiano, il prode Dario Tonani, con il suo Cronache di Mondo9 sia stabilmente in classifica davanti a mostri sacri come Sheckley, Simak, Jeter, McDonald. E poi non si dica che la SF italiana non vende! Padroni assoluti della classifica sono Clarke e Brown. Dato interessante da considerare: le antologie, al pubblico della fantascienza, piacciono».


Di seguito la classifica delle migliori vendite ebook:

1) INCONTRO CON RAMA - CLARKE ARTHUR C.
2) LE FONTANE DEL PARADISO - CLARKE ARTHUR C.
3) COSMOLINEA B-1 - BROWN FREDRIC
4) L'ULTIMO TEOREMA - CLARKE - POHL
5) COSMOLINEA B-2 - BROWN FREDRIC
6) NEL SEGNO DI TITANO - VARLEY JOHN
7) POLVERE DI LUNA - CLARKE ARTHUR C.
8) IL VAGABONDO DELLO SPAZIO - BROWN FREDRIC
9) LE STELLE DEI GIGANTI - HOGAN JAMES P.
10) UOMINI IN ROSSO - SCALZI JOHN
11) NOVE INFRAMONDI - AA.VV.
12) LA MACCHINA DELLA REALTÀ - GIBSON - STERLING
13) REDEMPTION ARK - REYNOLDS ALASTAIR
14) CRONACHE DI MONDO9 - TONANI DARIO
15) AAA ASSO - SHECKLEY ROBERT
16) I VISITATORI - SIMAK CLIFFORD D.
17) ANONIMA ALDILÀ - SHECKLEY ROBERT
18) IL FIUME DEGLI DEI - MCDONALD IAN
19) LE MACCHINE INFERNALI - JETER K. W.
20) PIANETA STREGATO - AA. VV.

martedì 2 febbraio 2016

Arthur C. Clarke: La città e le stelle

L'articolo su La città e le stelle è offerto dalla Biblioteca Galattica, l'enciclopedia online dedicata alla narrativa di fantascienza. Si rimanda alla scheda completa per i dettagli e l'approfondimento.

Titolo Originale: The City and The Stars
Autore: Arthur C. Clarke
Anno: 1956
Genere: Hard SF
Ultima edizione: Mondadori, Urania Collezione n. 14

In questo romanzo Arthur C. Clarke ci porta milioni di anni nel futuro descrivendo con ricchezza di dettagli e di contenuti una città perfetta dove la maggior parte degli uomini della Terra rivive ciclicamente nella convinzione di essere protetti da forze oscure che circondano il nostro pianeta. Sarà un’anima nuova, mai nata prima, a svelare la realtà. Assolutamente consigliato!

NOTA: IL LIBRO È PRESENTE NELLA CLASSIFICA DEI MIGLIORI ROMANZI DI FANTASCIENZA

mercoledì 2 settembre 2015

"Le sabbie di Marte" di Arthur C. Clarke. Una buona ristampa

Era il 1951 quando venne pubblicato il romanzo The Sands of Mars dalla Rocket Publishing Company Ltd. Quasi immediatamente nacque Urania, che con il suo vecchio nome - "I romanzi di Urania" - uscì nel 1952 con il primo e ormai storico numero 1: Le sabbie di Marte, appunto, di Sir Arthur C. Clarke
Grazie ad Urania Collezione - una delle migliori collane mai realizzate da Urania - che si sta occupando di pubblicare alcuni fra i titoli più ricercati della fantascienza d'altri tempi, lo storico romanzo dello scrittore britannico è tornato finalmente alla luce dopo alcuni anni con un'edizione invidiabile. Il volume, bianco come il latte e illustrato da Franco Brambilla, si arricchisce di una postfazione scritta dal curatore della collana, Giuseppe Lippi, e intitolato "Arthur C. Clarke su Marte". L'articolo svolge sia il ruolo di biografia che di bibliografia, anche se per la biografia approfondita bisognerebbe leggere quella dell'autore - in inglese - dal titolo Astounding Days: A Science Fictional Autobiography. Per i clarkiani irrecuperabili, nelle pagine conclusive di questo piccolo e prezioso volume uscito nel mese di luglio compare la dettagliata bibliografia italiana di Arthur C. Clarke a cura di Ernesto Vegetti e Andrea Vaccaro, comprensiva dei romanzi e i racconti.
Il protagonista de Le sabbie di Marte  si chiama Martin Gibson ed è uno scrittore, nonché giornalista, che viene inviato su Marte insieme all'equipaggio di un'astronave diretta verso la consolidata colonia marziana. I terrestri naturalizzati marziani vivono in condizioni sicure ma rigide a causa della ridotta disponibilità di mezzi ed energia. Il pianeta rosso è privo di forme di vita animali, mentre abbondano alcune specie di piante, verdi come quelle della Terra sebbene siano prive di clorofilla. 
Marte non è privo di segreti, che anzi sono tenuti gelosamente nascosti sia dallo stesso pianeta - ancora non del tutto esplorato - sia dai coloni. Questi ultimi stanno sicuramente tramando qualcosa, forse una ribellione alla Madre Terra.
Si nota intuitivamente che il romanzo risale a parecchi decenni fa, sia per il positivismo di cui è impregnato, sia per il ritmo meno serrato. Abituati come siamo ai velocissimi e strutturatissimi romanzi d'oggi, non possiamo ignorare la ruggine incrostata nei fili della trama di un libro degli anni Cinquanta. Un libro tuttavia gradevole, scritto quasi vent'anni prima dello sbarco sulla Luna, e niente affatto scontato. Arthur C. Clarke, malgrado fosse meno maturo all'epoca - ancora lontano dal conclamato stile scientifico che caratterizza alcuni capolavori come Incontro con Rama o 2001: odissea nello spazio, ma ben vicino a romanzi di grande letteratura come Le guide del tramonto - regala al suo pubblico un romanzo niente affatto banale, che mescola le meraviglie di un mondo lontano con la problematica praticità inerente la gestione politica ed economica di una colonia spaziale. Il fascino racchiuso in Le sabbie di Marte, malgrado la viscosità dovuta all'inesorabile trascorrere del tempo, lo si deve al punto di vista di uno scrittore che pure nella sua vita ha dato molto alla scienza vera e propria, dimostrando, nella fiction come nel mondo reale, che dietro ogni problema si può nascondere una straordinaria opportunità.


domenica 21 giugno 2015

I Cosmolinea di Fredric Brown

Cosmolinea B è il nome della raccolta completa, suddivisa in due volumi, di tutti i 112 racconti di Fredric Brown (1906-1972) presentati da Urania in anteprima mondiale tra il 1982 (Cosmolinea B-1) e il 1983 (Cosmolinea B-2).
Dopo quella storica pubblicazione non si è più vista l’ombra di una ristampa e l’incolmabile vuoto letterario si è dilungato per trenta lunghissimi anni finché, nel 2013, l’antologia ha ritrovato la luce negli Urania Millemondi nn. 62 e 63. Tanto erano cercati i due volumi che, nel mercato dell’usato, quelle prime ed ultime edizioni illustrate in copertina da Karel Thole venivano vendute a prezzi da capogiro.


Cosmolinea B-1  contiene i racconti pubblicati tra il 1941 e il 1950, vale a dire la maggior parte dei racconti lunghi scritti da Fredric Brown, noto soprattutto per la sua eccellente bravura nella narrativa breve. Al contrario di quanto si ritiene comunemente, i racconti lunghi di Fredric Brown sono molto ben costruiti. Si citi fra i tanti, troppi per elencarli tutti, “L’Angelico Lombrico” del lontano 1943.
Cosmolinea B-2 ha invece una dimensione assai ridotta rispetto al primo volume eppure comprende ben 78 racconti contro i 34 del libro precedente. E’ in questa fase della sua vita che lo scrittore americano sviluppa il suo talento per la narrativa breve, anzi brevissima visto che moltissime storie non superano le due o tre pagine di lunghezza.


Cosmolinea B-2 ospita senz’altro il Brown più maturo, ed è caratterizzato da un’alta concentrazione di piccoli capolavori, basti pensare a “Sentinella” o “Margherite” o “La Risposta”, lampi di lettura ma anche lampi di genio, destinati a conquistare le generazioni future chissà per quanto altro tempo ancora.
Una serie non indifferente di racconti è stata scritta a quattro mani con Mack Reynolds, e chi conosce questo autore sa benissimo che era egli un altro maestro della narrativa breve ed umoristica. Perché sì, lo stesso Fredric Brown rende evidente nei suoi innumerevoli racconti l’impronta umoristica, ironica, e non di rado cinica, della sua macchina da scrivere.
Cosmolinea B è conosciuta come l’antologia fantascientifica di Fredric Brown, ed è pur vero che la maggior parte dei suoi racconti appartengono alla fantascienza, ma non tutti. Un numero esiguo e tuttavia non trascurabile di storie rientra nel fantastico al di fuori della science fiction, e ruota spesso attorno all’idea di solipsismo, quello strano concetto secondo il quale alcune persone fuori di testa ritengono che tutto ciò che li circonda esiste perché sono loro ad immaginarlo.


La cosa buffa, che rischia veramente di far perdere il lume dell’intelletto, è che nei racconti di Fredric Brown i matti hanno spesso ragione. I matti sono coloro che credono nell’immenso potere dell’immaginazione, sono quelli che nell’incaponirsi a credere nell’impossibile, o meglio nelle infinite realtà possibili, non finiscono mai preda dell’insolito o dell’inspiegabile, perché sanno che dove inizia l’inspiegabile comincia una realtà alternativa, un nuovo modo di vedere la realtà preesistente.
L’innegabile ruolo di pilastro che le opere di Fredric Brown svolgono nella fantascienza classica insieme alle opere di altri autori suoi contemporanei non lo esenta da qualche critica. Mentre i suoi romanzi di sf fanno tutti centro, le sueshort story lasciano a volte a desiderare. Questo perché il maestro dell’assurdo era pur sempre un essere umano e doveva sottostare, come tutti gli esseri umani come lui, alle leggi della statistica: i romanzi di fantascienza che ha scritto sono solo cinque, i racconti centododici. 
Cosa aspettarsi dunque da questa lettura tanto attesa quanto rinomata? Innanzitutto un mucchio di divertimento. In secondo luogo, uno slegamento dalle leggi fittizie di una realtà che non esiste, salvo poi riprendere le nostre vite con un senso di leggerezza psico-fisica che sembra di poter andare sulla luna spiccando un balzo. Terzo, una valanga di fantascienza pura e cristallina. 


martedì 7 aprile 2015

Axiomatic: la scienza e la coscienza

Urania
Pubblicata nel 1995 Axiomatic è la prima antologia personale dello scrittore australiano Greg Egan, noto per le sue storie intrise di scienze dure. E le teorie fantascientifiche non mancano in questa raccolta. Grazie alla misura del racconto le idee (quelle che Asimov definiva il nocciolo delle storie) vengono esaltate creando un’iperdensità che, seppur raramente, fa perdere di vista tutto il resto, a partire da alcune trame che sembrano fin troppo costruite ad hoc col solo scopo di presentare la propria idea. Più spesso ad un’idea brillante Egan riesce ad affiancare una trama compiuta creando così delle piccole perle.
Così la droga S de L'assassino infinito riesce apparentemente a connettere universi paralleli disgregando le certezze del personaggio, ne La carina vediamo un uomo diventare padre grazie ad un surrogato di figlia, nel racconto La carezza la manipolazione genetica accompagna una trama ricca di suspense, il protagonista de La cassetta di sicurezza è un uomo che trasmigra ogni giorno in un corpo diverso ed Egan si impegna come sempre al massimo nel rendere il tutto più scientificamente plausibile.
Non mancano riflessioni su argomenti scientifici e filosofici: Un rapimento presenta interessanti riflessioni sulla resurrezione cibernetica, Imparare ad essere me pone interessanti quesiti sull’Io, Il virologo morale e colmo di ironia, in Assiomatico un uomo si fa modificare delle convinzioni profonde che potrebbero alterare la sua personalità.
Se i racconti che vertono essenzialmente sulla sola idea si rivelano affascinanti, quelli che riescono a coniugare la riflessione sulla reazione dell’Uomo all’ipotesi scientifica risultano essere magistrali esempi di ciò che la SF hard può offrire.



sabato 21 marzo 2015

Signore della luce: un'epopea di Buddha

Urania
Signore della luce è un
romanzo premio Hugo uscito
inizialmente nella Fantacollana
Nord
In un passato ormai remoto profughi in fuga da una Terra ormai distrutta giunsero su un pianeta abitabile e vi si rifugiarono confinando nel sottosuolo gli indigeni Rakshashi, creature di pura energia. I membri dell’equipaggio riuscirono ad appropriarsi di tutta la tecnologia che avevano portato con sé lasciando vivere il resto dei profughi e della loro discendenza in perenne era pre-tecnologica. Grazie alla loro supremazia tecnico-scientifica assursero a ruolo di divinità ricostruendo il pantheon induista, utile per mantenere le redini del potere, mentre una macchina capace di trasferire il proprio Io sotto forma di schema energetico permette loro di reincarnarsi. Ma fra tutti i cosiddetti Primi ce n’è uno che fin dal principio si contrappose all’oligarchia instauratasi, Mahasamatman o più brevemente Sam, ovvero Siddharta Buddha, il Tathagata “così andato, così venuto”: la sua anima esiliata nel Nirvana (sotto forma di onda stazionaria nella nube magnetica che circonda il pianeta) viene fatta reincarnare per combattere, non privo di alleati, l’ennesima battaglia contro la Trimurti e il suo ampio sistema di potere. Ai Primi che ripresero i dogmi dell’induismo, Sam contrapporrà un nuovo buddhismo. Fra flashback, narrazione e dialoghi teatrali viene a crearsi un intreccio ricco in intrighi, battaglie morali e fisiche dai tratti epici, parabole di Sam e della sua carismatica capacità di intessere la sua tela e di far filtrare il pensiero buddhista fra le maglie del popolo.
Roger Zelazny in questo suo Signore della luce, romanzo pubblicato per la prima volta nel 1967, sfrutta l’ampio impianto della religione induista per giostrare una storia che alla fantascienza fonde la struttura epica dei poemi mitologici. Signore della luce inizialmente potrebbe sembrare una nave in balia di una tempesta. Effetto dovuto alla subitanea e quasi traumatica immersione del lettore nel mondo del romanzo. Ma una volta ripreso il comando l’autore si dimostra abile timoniere e si districa brillantemente nel marasma iniziale conducendo in porto una storia talmente avvincente e appariscente da interessare perfino la CIA che ne sfruttò un falso adattamento cinematografico per salvare degli ostaggi in Iran (storia ripresa nel film Argo).


venerdì 24 ottobre 2014

L'Urania 1611 e quell'articolo sull'immortalità

Urania Mondadori
Siamo alla fine di ottobre, il freddo comincia a mordere sulla pelle e l'Urania del mese ha visto la luce con una storia di science fiction poliziesca ad opera di Richard Paul Russo, inserita fra "I capolavori" della collana, dal titolo Angelo Meccanico (Destroying Angel, 1992), tradotto da Stefano Negrini, in ristampa col n. 1611 dopo la precedente pubblicazione sulla stessa Urania nel n. 1350, al quale hanno fatto seguito le uscite degli altri romanzi basati sull'investigatore Frank Carlucci, in particolare nel n. 1374 e nell'"Urania speciale" n. 11 del 1998.
Angelo Meccanico è la storia di un ex poliziotto legato da un conto in sospeso con un serial killer che si fa chiamare "angelo sterminatore", di cui la polizia non riesce a seguire le tracce. L'ex ufficiale di polizia dovrà ricorrere a metodi non convenzionali per condurre a termine un'indagine che porterà a galla alcuni segreti sconosciuti alla cittadinanza e persino alle autorità ufficiali. 
Alla fine del romanzo appare il consueto profilo d'autore di Giuseppe Lippi e, dopo di esso, altrettanto attesa, la rubrica dedicata alla scienza.
Curato da Fabio Feminò, l'articolo scientifico di questo mese si intitola "Se solo non dovessimo morire", ed è «la prima parte di un servizio speciale di "Urania" sul tema della vita eterna, chiave per l'avvenire della ricerca». Si tratta di un pezzo relativamente lungo, quindici pagine in totale, assai ricco e dettagliato sia nei riferimenti scientifici che in quelli fantascientifici, quindi doppiamente documentato, a cui ci si augura che seguiranno non una seconda, ma addirittura una terza e quarta parte. A leggerlo, sembra davvero fattibile la possibilità che un giorno l'uomo sconfiggerà la morte per cause naturali. Ma se proprio si fosse restii a crederlo,  se si ritenesse che l'argomento non potrebbe mai andare al di là della science fiction, nell'articolo si trovano una serie di consigli letterari, da Mary Shelley a A. E. Van Vogt, da Heinlein a Ben Bova, fino a J. G. Ballard e oltre. 

F. A.

mercoledì 24 settembre 2014

Urania 1610: Uomini in rosso

Uomini in rosso di John Scalzi
Uomini in Rosso è il titolo italiano del libro di John Scalzi (Redshirts) vincitore del Premio Hugo 2013 in qualità di miglior romanzo dell'anno. L'edizione italiana ha visto la luce nell'Urania n. 1610 di questo mese, che riporta la traduzione di Marcello Jatosti. 
Al centro della storia troviamo tutto l'universo di Star Trek, che Scalzi si prende il lusso di sbeffeggiare, alludendo spesso alla "stupidità" della serie, al fatto che sia scritta male e che sia grossolanamente antiscientifica. 
Le allusioni personali inserite nel testo del romanzo a scopo umoristico riescono a far sorridere davvero, indipendentemente da come la si pensi a proposito della famosa serie tv fantascientifica. 
Nei ringraziamenti, però, l'autore esprime dei pareri molto chiari e diretti, non privi di autocompiacimento. In breve, lo scrittore statunitense afferma che l'idea di scrivere Redshirts gli è venuta in mente durante la sua collaborazione con la serie televisiva Stargate Universe. E aggiunge che Stargate Universe è tutto ciò che la serie di Star Trek non è mai stata, cioè «intelligente, scritta bene e interessata a proporre uno sfondo scientifico orientato alla plausibilità».
Così, i protagonisti di questa vicenda sono delle reclute della versione buffa dell'Enterprise che, quando si trovano di fronte a delle incongruenze scientifiche, chiedono aiuto alla Scatola, un apparecchio che trova magicamente le soluzioni ad ogni problema. 
Con questa introduzione chiudiamo il discorso delle polemiche scalziane e passiamo al contenuto puro e semplice del libro.
L'idea principale del romanzo vale la lettura. Ci troviamo sull'astronave Intrepid, ammiraglia dell'Unione Universale. La nuova recluta, Andrew Dahl, capisce subito che a bordo c'è qualcosa che non va. Innanzitutto quella specie di scatola magica che risolve tutti i problemi è abbastanza inquietante. Poi c'è il problema principale: ci sono alcuni ufficiali che portano sfiga. Chiunque vada in spedizione con loro fuori dell'Intrepid ci lascia le penne, mentre quegli altri non si fanno un graffio oppure, se subiscono gravi danni fisici, anche mortali, non muoiono mai. 
Ne consegue il fatto che i più esperti si nascondono o si inventano mille stratagemmi e mille scuse per evitare di andare in spedizione con i citati ufficiali ogni volta che vengono chiamati al loro dovere. 
Tutto questo non ha senso, almeno all'inizio, ma con lo scorrere della lettura prenderà forma una rivelazione capace di sconvolgere  persino la mente più rettilinea.
Come si diceva poc'anzi, l'idea che è saltata fuori dalla testa di John Scalzi è davvero mirabile, ed è sviluppata bene fino al momento di fare un salto di qualità per chiudere il cerchio. Lo sviluppo della parte finale non rende merito a quanto letto nelle pagine precedenti, ciò nonostante Uomini in Rosso garantisce un buon livello di divertimento, anche grazie ai simpaticissimi dialoghi, risultando una lettura molto piacevole.

Flavio Alunni

martedì 23 settembre 2014

Urania MIllemondi 68: I riti dell'infinito


Il Millemondi Urania numero 68 uscito in questa strana estate ben poco calda e molto piovosa racchiude tre opere brevi complete di Michael Moorcock, inserite nel volume seguendo l'ordine cronologico di pubblicazione. I romanzi di cui stiamo parlando sono Il Veliero dei Ghiacci (The Ice Schooner), Il Campione Eterno (The Eternal Champion) e I Riti dell'Infinito (The Rituals of Infinity). Sono stati pubblicati originariamente negli anni 1966, 1970 e 1971.
Per quanto riguarda la pubblicazione italiana si tratta di tre ristampe scelte accuratamente. Non è certo un caso se sono state proposte le edizioni tradotte da tre fra i personaggi più rilevanti del panorama fantascientifico italiano. Il Veliero dei Ghiacci riporta la traduzione di Roberta Rambelli, Il Campione Eterno quella di Riccardo Valla e I Riti dell'Infinito quella di Vittorio Curtoni. Questo Millemondi è un degno omaggio a tre persone che hanno dato molto alla fantascienza in Italia e che purtroppo non ci sono più, le cui traduzioni erano peraltro fra le migliori in circolazione.

mercoledì 10 settembre 2014

Urania 1608: 12 inframondi


Nella seconda ed ultima parte dei due volumi di Urania (il primo è stato 9 inframondi), che completano l'edizione italiana dell'antologia Year's Best SF 14 a cura di Hartwell e Cramer, sono richiamate alla memoria alcune fra le tematiche fondanti del genere fantascientifico.
"La casa vuota" di Robert Reed affronta il discorso sui danni e i vantaggi del progresso in chiave moderna, dove all'ambientazione post-apocalittica si affiancano concetti nanotecnologici.
"Il bambino e lo spaventapasseri" di Michael Moorcock ricalca il dilemma sul libero arbitrio dei robot, in un mondo distopico nel quale solamente l'umanoide protagonista sembra avere bontà, senso di giustizia e di libertà, mettendo in salvo un bambino altrimenti spacciato. [Continua a leggere]

venerdì 29 agosto 2014

Apocalisse su Argo: quando a narrare sono i robot



La verità è sempre un bene? La verità non può danneggiarci? Sono alcuni fra i dilemmi che affronteranno i protagonisti di questa avventura in fondo al cosmo, a bordo di un'astronave di nome Argo amministrata da un'intelligenza artificiale progettata da altre intelligenze artificiali e dunque, per questo motivo, praticamente un dio.
Fra i diecimila passeggeri partiti dalla Terra per colonizzare il pianeta Colchide si distinguono Aaron, la cui mente è l'unica con la quale Jason, il computer di bordo, non riesce a raccapezzarsi; I-Shin, che ha fabbricato di nascosto degli ordigni nucleari per difendersi in occasione del paranoico ritorno a casa; la dottoressa Chandler, uccisa nel primo capitolo dalla versione Saweryana di Hal9000.
Vi sono rimandi non trascurabili a vecchie opere quali 2001: Odissea nello Spazio di A. C. Clarke, Gli Umanoidi di Jack Williamson, Universo di R. A. Heinlein o le storie di Asimov basate sule tre leggi della robotica.
Ciò nonostante, Apocalisse su Argo (Golden Fleece) fa la sua bella figura considerando che la narrazione è effettuata in prima persona dalla I. A. Jason. La macchina vede e sente ogni cosa e sa come manipolare ognuno dei circa diecimila passeggeri, tranne Aaron, che gli darà parecchie gatte da pelare. 
Con la traduzione originale di Riccardo Valla viene riproposta al pubblico un'opera del 1990 la cui prima edizione italiana vide la luce nell'Urania di agosto 1999. 
L'autore riesce a rubare l'arte letteraria propria dei brillanti autori dei classici anni '50-'60 come i titoli citati sopra, arricchendola di un tocco personale.
Da qualche mese abbiamo avuto il piacere di rivedere gli Urania nel formato e nella grafica degli anni d'oro: bianchi, col grande cerchio in copertina e la riga rossa in alto. Sono tornate le ristampe sotto la dicitura “i capolavori”, l'ultima delle quali è appunto il numero uscito questo agosto, il 1609, qui presentato.
Capolavoro o meno, sicuramente è un romanzo di qualità, scritto con una buona tecnica, dalla trama in parte già vista ma raccontata in uno stile originale.

Nel romanzo di Robert J. Sawyer si intrecciano con il filo della storia le vicende personali e sentimentali dei personaggi. Nella prima parte del libro, a parte il breve inizio adrenalinico che vede l'omicidio dell'astrofisica Chandler, l'autore perde apparentemente tempo a presentare situazioni e personaggi prima di entrare nel vivo e dare una svolta alla vicenda. Forse Sawyer avrebbe potuto rendere più interessante questa parte introduttiva, eppure una volta terminata la lettura saranno in molti a perdonargli la lentezza delle prime cinquanta pagine. 
A conti fatti, valutando i pro e i contro, con questo numero di Urania non ci possiamo lamentare.

Flavio Alunni

giovedì 19 giugno 2014

La stella dei giganti



La stella dei giganti è un romanzo dello scrittore britannico James Patrick Hogan. Pubblicato nel 1981 con il titolo Giant's Star, fu tradotto in Italia nel 1982 nella collana Urania (n. 931).

La stella dei giganti rappresenta il terzo romanzo della “Serie dei Giganti”, composta complessivamente di cinque volumi, di cui solo tre sono stati tradotti in italiano. La storia rivela, nei primi due romanzi, come la razza umana abbia avuto origine sul pianeta Minerva su cui i progenitori della nostra razza furono trasportati dagli antichi abitanti del pianeta, i Giganti appunto. Successivamente i Giganti furono costretti ad abbandonare il pianeta lasciando libero il campo all’evoluzione umana. Una serie di guerre però portò alla distruzione di Minerva e allo slittamento della sua Luna dall’orbita. La Luna di minerva si trovò quindi a vagare nello spazio fra i pianeti fino a trovare la sua attuale collocazione in orbita intorno alla Terra. I pochi sopravvissuti riuscirono infine a raggiungere il pianeta che aveva dato origine ai loro antichi antenati e a ricostruire nel corso dei millenni una civiltà umana degna di questo nome.

Nel terzo volume si vengono a sciogliere altri enigmi e l’intreccio si fa sempre più complicato fino a richiedere, purtroppo, una sospensione dell’incredulità francamente eccessiva. Nei primi due romanzi, Lo scheletro impossibile e Chi c’era prima di noi, Hogan riesce ad appassionare il lettore con una storia fitta di dibattiti sull’origine di un misterioso scheletro umano sulla luna risalente a cinquantamila anni fa e, successivamente, all’origine dei “Lunariani” (il nome che viene dato alla razza sconosciuta ma in tutto simile a quella umana). Dibattiti da cui deriveranno le scoperte che fanno quindi da base per “La Stella dei Giganti”. Ma la capacità di Hogan di intessere una storia credibile, per quanto con qualche forzatura, declina inesorabilmente con questo terzo volume. Le ipotesi si fanno sempre meno degne di attenzione e la trama diventa sempre più assurda. A risentirne è anche la narrazione che non riesce più a divertire.

L’abilità di Hogan sta nel basare la storia su ipotesi fisiche, astronomiche, biologiche e storiche che, per quanto impossibile scientificamente, sono raccontate in modo credibile (almeno nei primi due romanzi), permettendo al lettore di gustare una storia di FantaScienza godibile e appassionante. Ma la credibilità intrinseca della trama, come la tensione narrativa, abbandonano lo scrittore britannico in La Stella dei Giganti, deludendo significativamente le aspettative.

In conclusione, mentre i primi due romanzi, e il primo in particolare, sono senza dubbio una lettura piacevole e stimolante, questo terzo romanzo può tranquillamente essere evitato. Se gli ultimi due romanzi del ciclo non sono stati tradotti in Italia forse, una volta tanto, la motivazione è condivisibile.



lunedì 5 maggio 2014

Il fiume degli Dei: L'India del futuro e le intelligenze artificiali


Il fiume degli dèi di Ian McDonald
Edizione 2013 URANIA JUMBO
Traduzione di Riccardo Valla e Silvia Castoldi
Titolo originale: River of Gods ed. 2004


Metà del XXI secolo, sub continente indiano. Le intelligenze artificiali, evolutesi ben oltre le capacità della mente umana, per questo messe fuorilegge e condannate alla eliminazione, mettono in atto elaborate strategie per la loro sopravvivenza mentre sull’ex Stato Federale disgregatosi in stati autonomi (il 2047 sarà il centenario della dichiarazione di indipendenza dell’India e della tragica “partition” che vide la nascita arbitraria e sanguinosa di Bangladesh e Pakistan), soffiano venti di guerra per la pluriennale devastante siccità causata da scellerate unilaterali politiche di sfruttamento del territorio.

Nel frattempo, nello spazio, all’interno di un asteroide, la NASA rinviene un impossibile manufatto digitale risalente a prima della creazione del sistema solare, che apparentemente reca un messaggio in codice e l’immagine di 3 volti, forse le persone destinate a rivelarne il significato …

Il romanzo (507 pagine nella traduzione Italiana) strutturalmente complesso, introduce in maniera progressiva e con sapiente avvicendamento, molte e differenti linee narrative inizialmente non collegate, per giunta colme di protagonisti e comprimari; motivo questo di un’iniziale probabile difficoltà ad acquisire il giusto ritmo di lettura, accentuata dalla massiccia presenza di vocaboli in lingua hindu e dal rischio conseguente di un compulsivo ricorso al pur utile glossario a corredo. Ma tenete duro: resistete alla tentazione di consultare il glossario, rimanete concentrati e, seguendo l’inesorabile corso del Gange, fiume sacro all’India, lasciatevi trasportare nel cuore palpitante del romanzo.

Incomincerete così a scoprire e sempre più a gustare la qualità narrativa e descrittiva, la ben congegnata ed elegante struttura del romanzo, la sapiente e convincente caratterizzazione psicologica, fisica ed ambientale dei numerosissimi personaggi, siano essi protagonisti o secondari, umani o artificiali; la progressiva convergenza delle differenti vicende sia umane che delle intelligenze artificiali giunte alla consapevolezza e all’autocoscienza, vicende che finiranno per congiungersi in un intreccio solido ed imprevedibile, con tutta probabilità concepito avendo presente la teoria della Gestalt.

Per meglio figurarvi eleganza e complessità strutturale, visualizzate la magnificenza di una galassia a spirale allo stesso tempo caotica, tumultuosa e però obbediente a precise leggi; i cui bracci sono come l’inizio di vicende distinte che dapprima asintotiche, con incalzante progressione convergono verso il nucleo e la singolarità che sta al suo centro, dove tutto acquisterà un significato ultimo che, secondo la succitata Gestalt sarà superiore, più pregnante, rispetto alla somma dei significati delle vicende che lo hanno generato.

Non pago, McDonald, ci offre anche una efficacissima e mai stereotipata rappresentazione dell’India del futuro quasi prossimo che è in realtà già l’India di oggi, con le sue innumerevoli sfaccettature e contraddizioni geopolitiche, economiche, sociali, esistenziali, spirituali e religiose. Dinamica, poeticamente caotica e vitale, fatalmente attratta dai modelli occidentali di progresso ma saldamente ed inesorabilmente radicata nel suo remoto, apparentemente immutabile passato. Talmente vivida da diventare essa stessa una protagonista, l’impalcatura caratterizzante, sostanziante ed insostituibile.

Mai banali le riflessioni introspettive, sociologiche o politiche che donano ulteriore profondità di campo al romanzo, come anche il ricorso alle teorie evolutive nella cibernetica della realtà virtuale, alla teoria dei quanti ed a quella delle stringhe. Degna di riflessione la teoria ivi proposta secondo la quale le I.A. sarebbero troppo avulse dalla nostra realtà e dimensione umana per poter rappresentare un qualsivoglia pericolo per l'esistenza della ns. specie (vi rimando per questo all’estratto finale). Poetica l'umanità e la fragilità della I.A. che occupa incoscientemente un corpo umano e lo speculare raffronto con l’umanissimo, emotivamente vulnerabile efebico “nute”, aberrazione asessuata frutto della futuribile scienza e tecnologia medico genetica.

Ultima notazione: la magistrale traduzione ad opera di Riccardo Valla portata a compimento, dopo la sua morte, da Silvia Castoldi che con grande capacità e professionalità in nessun modo rende evidente la transizione.

Cit: “Le AI sono intelligenze aliene. Rappresentano una risposta a condizioni e stimoli ambientali specifici, e il loro ambiente è la CyberEarth, dove le regole sono molto diverse da quelle della Terra reale. Prima legge della CyberEarth: l'informazione non si può muovere, si deve copiare. Nella Terra reale, muovere fisicamente le informazioni è una cosa da niente; lo facciamo ogni volta che ci muoviamo, portando nella nostra testa il senso di essere persona. Le AI non possono farlo, ma possono fare una cosa che non possiamo fare noi. Possono copiarsi. Ora, che cosa comporta questo per il nostro senso di essere persona? Non lo so e non posso saperlo. Per noi è impossibile essere in due posti contemporaneamente; ma non per le AI. Per loro le implicazioni filosofiche di quel che fai della tua copia quando ti sposti su una matrice nuova sono di fondamentale importanza. Quella personalità muore o è solo parte di una Gestalt superiore? Siamo già in una mentalità aliena. Perciò, anche se le AI hanno raggiunto la singolarità e corrono verso QI dell'ordine dei milioni, che cosa significa in termini umani? Come lo misuriamo? rispetto a che rifermento? L'intelligenza non è qualcosa di assoluto, è sempre specifica del suo ambiente. Le AI non hanno bisogno di creare crolli in borsa o di far partire le atomiche o di bloccare la rete planetaria per sostituirsi all'umanità; non c'è competizione, queste cose non hanno senso né valore nel loro universo. Siamo abitanti di due universi contigui e finché vivremo come vicini vivremo pacificamente e con reciproco vantaggio. [...] Noi siamo dei per le AI, le nostre parole possono riscrivere l'aspetto di qualunque parte del loro mondo. E' questa la realtà del loro universo; entità non materiali che possono cancellare qualunque parte della realtà sono la struttura della loro realtà come l'indeterminazione quantistica e la teoria M-stellare lo sono della nostra. Una volta, noi eravamo abituati a vivere in un universo pensante di quel tipo; spiriti, antenati e tutto il resto erano tenuti insieme dalla parola divina”.



Marco Corda

giovedì 10 aprile 2014

Alfred Bester: La tigre della notte

La tigre della notte (o Destinazione stelle) di Alfred Bester è un romanzo atipico in confronto alla media delle altre opere ad esso contemporanee. Pur utilizzando topoi classici della fantascienza e non, dalla vendetta al teletrasporto, riesce ad anticipare stilemi di una fantascienza successiva.
Fin dal prologo Bester mette in chiaro lo sfondo storico che caratterizza il romanzo: il XXIV secolo costituisce un punto di rottura con il passato, è un secolo reso politicamente, socialmente ed economicamente instabile dalla scoperta del jaunto, la capacità di teletrasportarsi insita nell’uomo. In un momento storico così delicato l’umanità si troverà davanti a un bivio che la potrà portare alla morte o alle stelle. Lo stesso dicasi del protagonista.

Gulliver “Gully” Foyle è un uomo comune che sta morendo nello spazio. Bester calca la mano sottolineando l’assoluta normalità e mediocrità di Foyle, ci tiene a farci sapere che è un uomo qualunque. Un’astronave, la Vorga, avrebbe la possibilità di salvarlo, ma lo lascia al suo destino. E’ il calcio che serve a Gully per diventare tigre. “Tutti possono diventare persone non comuni se qualcosa li prende a calci e li sveglia”. Da quel momento il suo scopo è la vendetta.

Dopo un inizio che ha richiesto una certa dose di sospensione dell'incredulità, la trama prende una piega decisamente diversa, proseguendo in un intreccio che da una questione puramente personale si trasforma presto coinvolgendo il mondo politico ed economico. Il desiderio di vendetta che fomenta Foyle è tangibile quanto quello del Lorq Von Ray di Delany (Nova), per non citare l’abusato Conte di Montecristo che pure è la fonte d’ispirazione iniziale di Bester, trovando ampio sfocio in un'immagine infernale che ritorna a più riprese durante la narrazione. Foyle è ben caratterizzato risultando un personaggio più complesso di quanto non si possa pensare inizialmente. Soprattutto è evidente e ben delineata una sua evoluzione durante la vicenda. Chiunque brami vendetta ad ogni costo non può che assurgere a ruolo di antieroe, una figura che ben si adatta a sondare i limiti fra umano e disumano e che si presta alle più variopinte sfumature. E Bester sfrutta appieno questo potenziale in una parabola che si può sintetizzare efficacemente con "per aspera ad astra". Anche i personaggi secondari assumono una fisionomia più che discreta rendendosi per certi versi difficilmente dimenticabili.

Il ritmo frenetico imposto da Bester alla vicenda non permette distrazioni, d’altronde ci sono buone idee sparse ovunque. Non si tratta della solita avventura vecchio stile che fa tanto anni ‘50, ogni passaggio è fondamentale e legato a doppio filo al successivo.
Lo stile di Bester ammalia e coinvolge non mancando di qualche tocco di ironia ben piazzato. In alcuni punti verso la fine del libro, riesce a toccare corde che di solito sono ad uso esclusivo di Clarke riportando alla mente immagini e spiritualità di 2001: odissea nello spazio.
L'unica cosa che gli posso contestare è l'aver dato solo un abbozzo di quella che è una società completamente stravolta dalla possibilità di teletrasportarsi. Non mancano alcuni dettagli e le conseguenze del jaunto sono visibili fin da subito, ma sembrano rimanere sfocate, destinate a non essere approfondite oltre un certo limite. Ma Bester non è Pohl, la sua fantascienza non è prettamente sociologica, ha altri scopi. In questo caso direi per nostra fortuna.

Gully Foyle is my name
And Terra is my nation
Deep space is may dwelling place
The stars my destination


martedì 11 febbraio 2014

Stanotte il cielo cadrà - Daniel F. Galouye

Stanotte il cielo cadrà di Daniel F. Galouye
Mondadori, Milano, 1993, Classici Urania 193
Titolo originale: The Day the Sun Died [1966]

Traduzione di Renata Forti

Lo spunto è una riflessione filosofico-religiosa sull'esistenza, una delle tante speculazioni possibili sul motivo del creato. In questo caso si ammicca frettolosamente  alle filosofie orientali:  "La vita, l'universo e tutto quanto" esistono come incidentale proiezione onirica di un'entità che, manco a dirlo, solitaria e triste nel nulla assoluto, crea coscientemente, ma si badi bene, solo nella sua mente, un proprio piccolo consolatorio parco giochi personale, ma una cosuccia limitata da riporre nell'armadio e tirare fuori a piacimento nei momenti di noia. Succede però l'inopinato: quest'entità, stanca per lo sforzo creativo, il "settimo giorno" si addormenta e si scorda di puntare la sveglia. Si è stancata talmente tanto che dormi, dormi e dormi, il parco giochi nell'incoscienza del sogno (si sa che nei sogni tutto è possibile) si articola e si estende a tal punto da diventare l'universo in cui noi viviamo; ma un universo che esiste solo nel sogno di questa creatura che non deve essere svegliata pena la distruzione dell'universo stesso. Fino a qui ci potremmo stare, ma il romanzo è davvero deboluccio, lo stile è tutt'altro che impeccabile, i personaggi sono privi di ogni spessore, involontariamente caricaturali (e l'involontarietà è gravissima) : dal protagonista Tarl Brent che si ritrova uomo d'affari e ricco senza un vero motivo, non avendo nemmeno giocato al superenalotto, ma in questi casi non ci si fanno troppe domande, si prende e si porta a casa; eppure nel contempo egli è esemplarmente  diffidente e sospettoso  e si sente (giustamente) sorvegliato. Alla potentissima e segreta Fondazione creata per evitare che l'entità possa svegliarsi, i cui serissimi membri sono valenti scienziati eppure contemporaneamente una banda di sprovveduti alle prime armi che ne combinano più di Bertoldo scatenando guerre e cataclismi se pur armati delle migliori intenzioni. Ai cattivoni di turno, ovviamente membri traditori della scalcinata congrega della Fondazione di cui sopra, che assomigliano tanto ai cattivi puri dei cartoni animati di Hanna e Barbera. Per non parlare della figura della donna che appare in 3 occasioni e sempre stereotipata: la moglie bella ma non esagerata e molto donna di casa facilmente svenevole, agente della fondazione ma veramente innamorata del marito. La tipica segretaria (per giunta traditrice e codarda), e le bellissime (e solo quello) agenti della fondazione che non riescono ad adescare il protagonista nonostante la loro prorompente avvenenza, nemmeno per una sveltina. Per finire, lo spunto filosofico-scientifico è posto in contraddizione con se stesso: nella prima parte del romanzo la realtà è solo un sogno destinata a dissolversi con il risveglio dell'entità sognante e per un pelo, ciò non avviene, solo perché il protagonista Tarl Brent riesce a far riaddormentare l'entità. Nella seconda parte si afferma che la realtà ormai esiste e si sostanzia da se e che l'entità anche risvegliata non può più cancellare l'universo ( e vi risparmio la moltitudine di seghe mentali che si fanno i personaggi per giungere a conclusioni scientifiche). Calma, qualcosa non mi quadra: 100 pagine prima era rimasto 1 metro quadrato di realtà e per un pelo, ma proprio un pelo, non finiva tutto, e poi, alla fine del romanzo l'autore fa un doppio salto mortale con avvitamento e la realtà è ormai auto sostanziante? Ciliegina sulla torta: il lieto fine in stile Harmony è davvero banale.

Marco Corda

sabato 16 novembre 2013

L'Universo di Robert Heinlein

Il cervello è pigro, ammettiamolo. Anche dal punto di vista immaginativo, si sforza solo se lo ritiene strettamente necessario. Inoltre è molto orgoglioso di sé. Se gli spieghi troppe cose perde il gusto di giocare. Ecco, appunto, il cervello è pure un gran giocherellone. E questo Universo sapeva bene come trattarlo. L'introduzione segnala precocemente un susseguirsi di eventi interessanti. I personaggi sono pochi, l'ambientazione è descritta nei suoi elementi essenziali, aventi il solo compito di stimolare l'immaginazione che, fiera di sé, può scatenarsi liberamente. L'ambiente è quello di un'astronave immensa diretta originariamente verso Proxima Centauri, infine perduta e dimenticata nello spazio profondo. Lo stile è quello dei classici, forse datati, magari imperfetti. Paradossalmente, infatti, questa lettura è un salto nel passato, o meglio nella concezione passata del futuro possibile. Attraverso un libro di fantascienza si potrebbero capire molto a proposito dell'epoca in cui è stato scritto, e poco importa se l'opera narra di decine o centinaia di anni avanti a noi, d'astronavi lunghe cento chilometri o delle Tre Leggi della Robotica. Heinlein s'è mantenuto prudente ambientando la storia ben oltre il 2119. Manca più di un secolo ed entro quell'anno potrebbero accaderne delle belle. La speranza maggiore sta nello scoprire una nuova e più redditizia fonte di energia come ad esempio la fusione nucleare. C'è poi il discorso del tempo che impiegherebbe un'astronave generazionale viaggiando al di sotto della velocità della luce, un tempo talmente lungo che nel frattempo potrebbe  permettere lo sviluppo di tecnologie aerospaziali più potenti che, partendo dalla Terra parecchi decenni dopo, arriverebbero a destinazione prima della nave in questione.
L'edizione della Sellerio, col titolo originale di Orphans of the Sky
In quanto vecchio classico, in Universo non possono mancare i mutanti, la cui diversità si dimostra essere un pregio, ancora una volta. Escludendoli dalla omologata e superstiziosa società dei normali, la loro deformità li isola a sufficienza da fargli sviluppare un'opinione autonoma lontana dal pensare comune elevandoli al rango di illuminati. La diversità come vantaggio, insomma. E Heinlein ben si guarda dall'attribuire loro super-poteri di qualsivoglia genere, che risulterebbero banali e moralmente poco significativi.
Resta il fatto che la presenza di individui resistenti alle radiazioni è assai curiosa. Perché una cosa sono le mutazioni casuali che avvengono nel DNA ad una frequenza infinitesimale, un'altra cosa sono le mutazioni causate da potenti mutageni esterni come le sostanze chimiche (esempio diossina) o le radiazioni. Sorprende come la fantascienza sia campata di rendita per diversi decenni grazie alla sottovalutazione del fenomeno. Almeno Isaac Asimov, in una più recente edizione di Paria dei Cieli, si è scusato per aver sottostimato gli effetti degli ordigni nucleari. A favorire l'ascesa dei mutanti come cliché fantascientifici devono aver contribuito sia l'approccio volutamente poco scientifico degli scrittori dell'epoca sia l'ignoranza di buona parte dei lettori. Premesso che gli eventuali super-eroi nati dalla bomba di Hiroshima siano riusciti a non dare nell'occhio, s'intende.  
A dare un tocco di antichità ci si mette poi l'assenza, praticamente totale, delle donne per tutta la durata del romanzo, escluse le pagine finali in cui vengono usate esclusivamente come contenitori riproduttivi di biblica memoria, elemento che segnala un'emorragia di valori non indifferente rispetto alla cultura contemporanea. Una cosa che si nota anche in Starman Jones. D'altro canto va ricordato che, mentre il romanzo completo fu pubblicato nel 1963, esso è in realtà nato dalla somma di due racconti usciti nel lontanissimo 1941 sulla rivista Astounding a distanza di pochi mesi l'uno dall'altro. Se Heinlein fosse stato uno scrittore italiano dell'epoca avremmo potuto perdonarlo.

L'edizione del primo racconto: Universe



Veniamo alla trama. 
La spedizione del 2119 verso Proxima Centauri, finanziata dalla Fondazione Jordan, fu la prima avventura dell'uomo verso altri pianeti abitabili, ma di essa s'è persa da tempo ogni traccia. A noi il lusso di scoprire che fine abbia fatto e cosa accidenti succeda nel suo interno colossale. Dopo la partenza ci fu un ammutinamento, accadde qualcosa di infausto, poi seguirono il caos e la barbarie e probabilmente passarono secoli o decenni al punto da far dimenticare il vero scopo dell'astronave. A riempire il vuoto storico ci pensa la religione. Così, la Fondazione Jordan viene storpiata in "All'inizio Jordan creò il mondo" e l'idea che il Creato possa essere più grande della nave è sinonimo di eresia. La nave è il mondo. Il mondo è la nave. 
Personalmente, e ripeto personalmente, non credo che Universo sia adatto a un giovane del ventunesimo secolo né a chi sia abituato/a alla più complessa fantascienza moderna. Ho trovato la premessa dell'opera assai buona, poi ho perso sempre più interesse terminando il libro con fatica. Semmai, questo romanzo potrebbe essere maggiormente apprezzato da adolescenti alle prime armi o da fantamaniaci affamati di cultura. Ha infatti una sua indiscutibile rilevanza storica, utile per fare una tesi universitaria o per soddisfare il bisogno di una ricerca personale qualora la fantascienza scorresse nel sangue dell'interessato/a. Universo ha comunque il pregio di emanare un potentissimo fascino del vintage. Ad esempio la sala comandi coi pulsantoni luminosi è uno spasso.
Flavio Alunni
L'edizione del secondo racconto: Common Sense

venerdì 27 settembre 2013

Maggy Thomas: Tempo spezzato

Broken Time è un libro dallo stile inusuale, non facile da commentare, la cui struttura si fonda sull'onnipresente figura di Siggy, ragazza dallo strano aspetto, scura di carnagione, con occhi grigi e capelli bianchi. Di personaggi se ne vedono molti ma sono tutti poco più che comparse. Ne viene fuori un romanzo che è uno sviluppo ininterrotto della protagonista.

Ci troviamo in un futuro non precisato con una galassia abitata da due specie intelligenti: gli umani e gli Speedy. Anni prima le due civiltà sono entrate in guerra ma nel momento in cui si svolge la storia il conflitto è terminato. Poi c'è Enigma, corpo celeste tanto immenso quanto misterioso, attraverso il quale è possibile compiere balzi nell'iperspazio. Ma Enigma dà anche origine alle imprevedibili Sacche Temporali, "bolle" che inglobano qualsiasi cosa passi nel loro cammino facendola sparire dallo spazio e dal tempo.

E qui entra in gioco anche David Silverstein. Quand'era ancora una ragazzina, Siggy si è ritrovata in una sacca temporale insieme a David mentre tornava a casa in una cittadina del pianeta Veil. Lei è riuscita a uscirne, mentre il ragazzo è rimasto dentro finché la Sacca Temporale non si è chiusa per andare a far danni da un'altra parte. Risultato: il giovane è sparito e nessuno si ricorda di lui, nemmeno la madre. Da quel momento Siggy promette a se stessa di dimostrare che David è realmente esistito e che un giorno lo avrebbe riportato indietro. Sarà il pensiero costante di Siggy a formare una solida impalcatura che sosterrà la trama per tutta la sua durata. Infatti ella non dimenticherà mai la promessa fattasi durante gli anni che trascorreranno dall'inizio della storia. 

In tutta la vicenda gioca un ruolo tutto suo lo strano luogo di lavoro di Siggy: L'Istituto per i Pazzi Criminali, situato in cima alla Crazy Horse Mountain, nel pianeta Agate. Siggy fa le pulizie nel corridoio del Braccio dei Mostri, dove sono chiusi in cella vari serial killer psicopatici. Questa parte del libro rende Broken time, come definito da SF site, "un'improbabile collisione tra space opera, fantasy e Il silenzio degli innocenti".

Di idee, quindi, Maggy Thomas, ce ne mette a raffica, e lo sviluppo della storia è sapiente. L'autrice si potrebbe definire, oltre che brava, anche saggia. Si ha l'impressione che la scrittrice non abbia voluto cimentarsi dove non fosse sufficientemente capace. Così, ad esempio, gli aspettitecnologico-scientifici sono praticamente assenti, tranne qualche accenno messo al punto giusto. Sebbene il libro non presenti termini e spiegazioni dal mondo della scienza, Maggy Thomas riesce a descrivere viaggi spaziali e corpi celesti in maniera quasi ugualmente complessa, esplicandone l'intricata essenza a discapito delle descrizioni esterne e materiali. Ne viene fuori un libro dai contenuti non semplici ma senza bisogno di aprire un libro di fisica per capirlo. Insomma, l'unico indizio sull'ambientazione futura è il fatto che ci siano altri pianeti abitabili e che si viaggi su astronavi. A Maggy Thomas va quindi il merito di essere una scrittrice umile, che fa della conoscenza dei propri limiti una virtù.

Finora si è parlato molto bene di questo libro. Però, a voler trovare il pelo nell'uovo, verso la fine della storia manca qualche tassello e l'impostazione un po' soft potrebbe non piacere a tutti. In Tempo spezzato ci sono poi alcuni cali di tensione, con qualche elemento superfluo, e l'autrice si ripete una volta di troppo in alcune scene e concetti. Ad ogni modo, viene da domandarsi se anche quel pizzico di imperfezione non contribuisca a dare all'opera un tocco di bellezza genuina.


Flavio Alunni

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