sabato 17 febbraio 2018

Non tutte le nebulose escono col buco


Un buco nel cuore di una sbalorditiva nebulosa interstellare a forma di rosa ha tenuto gli astronomi impegnati per decine di anni perché la dimensione della cavità, in rapporto alle stelle che si trovano nei suoi dintorni, risultava troppo piccola. C’era, in termini tecnici, una discrepanza tra i dati raccolti e la dimensione del buco. Ora, una nuova ricerca condotta dall’Università di Leeds offre una spiegazione epocale al grande dilemma. La risposta è nella forma complessiva della Nebulosa Rosette, che è in realtà diversa da quella che si pensava. La scoperta consentirà da oggi in avanti di avere le idee più chiare nello studio di molte altre nebulose sparse nell’universo.

La Nebulosa Rosette fa parte della nostra galassia, la Via Lattea, e dista dalla Terra circa 5mila anni luce. È particolarmente nota in astronomia proprio per avere le fattezze di una rosa colossale e per il buco a ciambella che ricade perfettamente al centro. Rosette è una nube interstellare composta da polveri, idrogeno, elio e altri gas ionizzati. Al suo centro, inoltre, presenta un cuore di numerose stelle massicce.

Gli scienziati erano sicuri che il vento stellare e le radiazioni ionizzanti che scaturiscono dalle stelle al centro della nebulosa danno luogo alla tipica forma della nube e quindi anche al suo buco centrale, ma da sempre i dati raccolti sulla dimensione e l’età della cavità non collimavano con l’età osservata delle stelle massicce.

Per risolvere l’enigma, i ricercatori dell’Università di Leeds e della Keele University si sono avvalsi di potenti simulazioni al computer e hanno così suggerito che la Nebulosa Rosette è probabilmente a forma di disco sottile, e non, come si era dedotto in passato da alcune fotografie, a forma di disco pieno o sfera. Infatti un disco sottile, quasi piatto, giustificherebbe la piccola dimensione della cavità centrale.

Christopher Wareing della School of Physics and Astronomy ha spiegato la scoperta molto chiaramente: «Le stelle massicce nel cuore della Nebulosa Rosette hanno qualche milione di anni e sono a circa metà del loro ciclo vitale. Per il tempo durante il quale i venti  stellari hanno soffiato finora, il buco dovrebbe essere dieci volte più grande di quanto è in realtà».

«Così – ha aggiunto Wareing – abbiamo simulato gli effetti del vento stellare e la formazione della nebulosa. Lo abbiamo fatto usando diversi modelli di nube molecolare, tra cui la forma sferica, a disco spesso filamentoso, e a disco piatto. Solo il disco sottile dava come risultato l’esatta forma della cavità centrale della nebulosa compatibilmente con l’età delle stelle massicce e la forza dei loro venti».

Le simulazioni, pubblicate nella Monthly Notices of the Royal Astronomical Society, sono state possibili avvalendosi dell’Advanced Research Computing Centre a Leeds. Nove simulazioni in tutto, che hanno richiesto circa mezzo milione di ore CPU, l’equivalente di 57 anni se i calcoli fossero svolti da un normale computer casalingo.

Martin Callaghan, membro dell’Advanced Research Computing Centre, ha spiegato: «Il fatto che le simulazioni della Nebulosa Rosette avrebbero richiesto più di 5 decadi per completare l’operazione usando un computer portatile è una delle ragioni per cui forniamo potenti strumenti di ricerca computerizzata. Questi strumenti hanno consentito di sbrigare le simulazioni astronomiche in appena poche settimane».

Via BioPills

Fotografia della nebulosa Rosette: cortesia di Nick Wright, Keele University

giovedì 15 febbraio 2018

Una possibile terapia antitumorale dalla malattia di Huntington


La malattia di Huntington, o corea di Huntington, è una sindrome neurodegenerativa che agisce mediamente nell’arco di 10-15 anni. Si tratta di una malattia cronica che però, per ironia della sorte, riduce dell’80% il rischio di ammalarsi di cancro. È quanto scoperto da un’equipe di scienziati della Northwestern University, che avrebbe identificato anche il motivo per il quale la corea di Huntington sarebbe così tossica verso le cellule tumorali. Da qui nascerebbe la possibilità di sviluppare un nuovo e più efficace approccio terapeutico nella cura del cancro.

La corea di Huntington è una malattia genetica causata dall’accumulo, nel nucleo delle cellule nervose, della forma difettosa di una proteina chiamata huntingtina. L’huntingtina è presente in tutte le cellule dell’organismo, cosicché sembrerebbe che anche le cellule tumorali possano risentire della malattia. Anzi, stando a quanto riferiscono gli scienziati della Northwestern University, il difetto genetico che provoca l’Huntington è altamente tossico per le cellule tumorali.

Nello specifico, gli scienziati riferiscono che non è la proteina huntingtina ad agire da killer, quanto, piuttosto, una molecola chiamata piccolo RNA interferente, o siRNA, derivata dalla produzione dell’huntingtina difettosa a partire dal relativo gene. Il quale, una volta fabbricato, va ad attaccare altri geni fondamentali per la sopravvivenza della cellula, uccidendola. I neuroni sono suscettibili alla molecola killer ma, come si è detto in precedenza, pare che le cellule neoplasiche siano molto più vulnerabili.

Lo confermano le parole di Marcus Peter, professore alla Northwestern University e coautore della ricerca pubblicata sulla rivista EMBO Journal: «Questa molecola è un super assassino verso le cellule tumorali. Non abbiamo mai visto niente di così potente prima d’ora. Noi crediamo che sia possibile sviluppare una nuova terapia antitumorale a breve termine – ha aggiunto Peter – della durata di poche settimane, che consenta di uccidere le cellule cancerose senza tuttavia causare nei pazienti i disturbi neurologici caratteristici della malattia di Huntington».

Via BioPills

martedì 13 febbraio 2018

L'insaziabile Varano di Komodo


Ha le fattezze di una lucertola gigante, con una lunga coda draconiana. È dannatamente forte, robusto, ed è agilissimo con il collo e quindi nel mordere le prede. Il Varano di Komodo adulto mostra una pelle squamata color pietra, mentre gli individui più giovani possono avere un tegumento più colorito e variegato. Come un mostro mitologico, la lingua del Varanus komodoensis è grossa, lunga, gialla e biforcuta.

I possenti muscoli della mascella e del collo consentono al rettile di ingoiare grossi bocconi di carne con sorprendente rapidità. Per di più, lo stomaco può espandersi facilmente al punto da consentire a un individuo adulto di divorare fino all’80% del suo stesso peso in un solo pasto, il che spiegherebbe molto probabilmente i numerosi annunci in merito all’assurdo peso di alcuni varani catturati dagli esseri umani nei luoghi dove vivono queste mostruose bestie, cioè le isole indonesiane tra le quali figura, appunto, l'isola di Komodo. Ma il Varano non è niente affatto facile da catturare anche perché, quando minacciato, per alleggerire il proprio peso e fuggire più velocemente può arrivare non di rado al punto di vomitare il contenuto del proprio stomaco.

Anche se i maschi tendono a crescere più grandi e robusti delle femmine, non esistono grandi differenze morfologiche che permettano di distinguere istintivamente i due sessi. Cercando le possibili differenze, gli zoologi hanno osservato che esiste giusto un piccolo dettaglio nel diverso arrangiamento delle squame attorno alla cloaca, l’organo urogenitale dei rettili e degli uccelli, tra varani di sesso maschile e femminile. L’aspetto sessuale del Varanus komodoensis resta ancora un enigma per i ricercatori. E sembra che gli stessi varani abbiano qualche problemino nel riconoscere chi sia chi.

Anche se il Komodo può raggiungere senza troppa difficoltà la velocità di 20 chilometri all’ora, la sua strategia di caccia preferita è basata sul nascondersi alla vista e sulla potenza. Può restare invisibile per ore, immobile, nello stesso punto aspettando una preda sufficientemente grande e nutriente, come per esempio un maiale, una capra, ma anche un bufalo o un cervo. Sissignori, avete letto bene.

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